Venerdì, 21 Settembre 2018
LAMEZIA TERME

«Ora colpiremo i
santuari intoccabili»

  I Torcasio hanno sconfinato, sono andati a imporre il “pizzo”nel territorio dei Giampà. E il boss Giuseppe, figlio del “Professore”, si vendica. Prima fa uccidere Vincenzo “Carrà” Torcasio, mentre segue una partita di calcetto a bordo campo tra tanta gente. È il 7 giugno di due anni fa. Il figlio della vittima Francesco giura pubblicamente che si vendicherà. Così Giuseppe “Presidente” Giampà manda a uccidere anche lui, ma con un omicidio che dev’essere da esempio: nel giorno del trigesimo del padre. Il 7 luglio Francesco muore nella sua piccola Peugeot azzurra parcheggiata in Via Misiani, alle 9, davanti a un supermarket affollato. Crivellato da 15 colpi di una Luger. A guidare il gruppo di fuoco c’è Francesco Vasile, killer prediletto dal giovane boss Giampà. Intascava circa 3.500 euro ogni volta che portava a termine le sue missioni, e non sbagliava un colpo. Con lui collaboravano Vincenzo Giampà di 42 anni, Maurizio Molinaro, e il suo coetaneo Alessandro Torcasio, che provvedeva a procurare il motorino rubato per la missione di morte, di solito comprato dagli zingari a Catanzaro, e poi a distruggerlo per eliminare ogni traccia. Tutti servizi “puliti” ai quali gli inquirenti difficilmente sarebbero arrivati senza le confessioni di Angelo Torcasio, collettore delle mazzette per conto dei Giampà, il boss Giuseppe, e addirittura il killer Vasile. Ha parlato anche Umberto Egidio Muraca, nipote di un vecchio boss della città ucciso in modo plateale. Muraca si sarebbe venduto l’amico e complice Francesco Torcasio per avere dai Giampà la concessione di riscuotere il “pizzo” a Capizzaglie, zona notoriamente controllata dal clan Torcasio in rovina. Quel 7 luglio avrebbe attirato in un tranello il giovane “Carrà” d’accordo col gruppo di fuoco dei Giampà. Lo stesso Muraca insieme ad Angelo Paradiso quattro mesi prima stavano per rimetterci la pelle in un attentato. Di quel tentato omicidio sono accusati Luca Piraina 24 anni, Pasquale Catroppa di 27 e Maurizio Molinaro. Ieri gli ordini di cattura sono stati notificati a tutti in carcere fin dallo scorso giugno. Questa la guerra sanguinosa tra i Giampà e i Torcasio per il controllo di Lamezia Est negli ultimi anni. E proprio quando i Giampà pensavano di vincerla è arrivata la procura antimafia a sbaragliare il clan. Partendo dalla testa però, cioè arrestando tutti i capi famiglia in un colpo solo il 28 giugno scorso e mandandoli a processo con accuse schiaccianti, quelle dei pentiti che continuano a parlare con i giudici della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. «Dopo l’estate prossima, entro luglio, cesserà l’operatività dei Giampà su Lamezia», assicura Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto. Hanno almeno due o tre omicidi a testa da cui difendersi, resteranno in carcere a lungo, questo significa la loro definitiva eliminazione dal territorio. Che la pressione della ‘ndrangheta a Lamezia non finisce qui lo sanno tutti in conferenza stampa, dal procuratore Vincenzo Lombardo al suo vice Borrelli, dal questore Guido Marino al dirigente della Mobile Rodolfo Ruperti e al vice Angelo Paduano. Infatti Lombardo ricorda che «la ‘ndrangheta si autoalimenta ». Come dire che finita una cosca di parassiti se ne forma un’altra. Gli inquirenti però fanno capire di non voler fermarsi qui, alla cattura di mandanti, esecutori e gregari di omicidi, estorsioni e narcotraffico. Borrelli: «Stiamo anche investigando sui rapporti dei Giampà con imprenditori e professionisti, cioè la società lametina “legale”, diciamo così». Facendo capire d’essere a un passo dalla zona grigia. E aggiungendo: «Non ci fermeremo davanti a nessun santuario». Il procuratore Lombardo spiega: «Il vero problema è la contiguità. A volte scopriamo gente che di giorno fa una cosa e di notte un’altra». Rincara la dose il questore Marino: Il problema è la mafiosità associata, non solo la contiguità mafiosa». Prosegue Lombardo: «E quando arriviamo alla zona contigua abbiamo bisogno di una prova rafforzata ». Poi all’unisono: «Non ci siamo mai fermati davanti ai santuari intoccabili, nè a Cosenza, nè nella Sibaritide, nè a Crotone. Perchè dovremmo fermarci a Lamezia?».

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