Sabato, 22 Settembre 2018
NARCOTRAFFICO

Il pm chiede 158
anni di carcere
per 10 vibonesi

vibonesi, Catanzaro, Calabria, Archivio

Ammontano a 158 anni di carcere complessivi le richieste di pena formulate ieri dalla Dda di Reggio Calabria per i 10 vibonesi accusati di narcotraffico su scala internazionale coinvolti nell’operazione “Meta 2010”, condotta dai carabinieri del comando provinciale di Roma il 10 novembre 2011 e poi trasferita dalla Dda capitolina a quella reggina essendo il primo sbarco di cocaina avvenuto nel porto di Gioia Tauro. Nonostante il rito abbreviato – che comporta uno sconto di pena pari ad un terzo in caso di condanna – il pm Alessandra Cerreti ha chiesto al gup distrettuale reggino 20 anni di reclusione a testa per Giuseppe Topia, 32 anni, di Vibo, residente a Ionadi (avv. Salvatore Staiano e Domenico Alvaro) e per Antonio Franzè, 34, di Vibo (avv. Francesco Muzzopappa e Staiano). Per Giorgio Galiano, 38 anni, di Vibo (avv. Sergio Rotundo e avv. Muzzopappa) la richiesta di pena ammonta invece a 17 anni di carcere, mentre 15 anni di reclusione a testa sono stati avanzati per Antonio Della Rocca, 34, detto “Spillo”, di Vibo (avv. Muzzopappa) e per Filippo Paolì, 33 anni, di Vibo (avv. Domenico Ceravolo e Muzzopappa). Richiesta di condanna a 12 anni ciascuno è stata poi formulata per Giuseppe Galati, 42, di San Calogero (avv. Muzzopappa e Francesco Lojacono) e per Francesco Grillo, 41, di Paradisoni di Briatico (avv. Antonio Crudo e Bruno Ganino). Infine, 15 anni a testa è la richiesta per Giuseppe Pugliese, 59 anni, di Sciconi di Briatico (avv. Giovanni Vecchio e Giuseppe Bagnato) ed il figlio Vincenzo, 37 anni (avv. Vecchio), mentre a 17 anni di carcere ammonta la richiesta avanzata per Alessandro Pugliese, 36 anni, (avv. Vecchio), altro figlio di Giuseppe. Secondo l’accusa, i 10 vibonesi avrebbero fatto parte dell’organizzazione diretta da Vincenzo Barbieri, il broker della droga ucciso a San Calogero il 12 marzo del 2011. L’operazione “Meta”ha quindi portato ad uno dei più grossi sequestri di cocaina mai effettuati negli ultimi 20 anni in Europa. Ben 2.200 chili di sostanza stupefacente – del valore complessivo di 500 milioni di euro una volta immessa sul mercato – sono stati infatti bruciati dai carabinieri nel marzo dello scorso anno nel termovalorizzatore per rifiuti speciali ospedalieri di Roma. Oltre ai due carichi sequestrati – uno di mille chili ed un altro di 1.200 chili –, al centro delle contestazioni vi sono pure due tentativi di importazione di cocaina via area, di cui uno quantificato in 400 chili di stupefacente. Dopo l’omicidio di Barbieri, al vertice del gruppo si sarebbero posti, ad avviso del pm, Giuseppe Topia, Giorgio Galiano (genero di Barbieri), e Antonio Franzè, alias “Platinì. In particolare, i tre vibonesi avrebbero dato le direttive agli altri associati per la realizzazione delle importazioni di stupefacenti e per la spedizione del materiale di copertura, decidendo le strategie da adottare in occasione delle criticità e prendendo contatti con i fornitori sudamericani attraverso la famiglia Pugliese di Briatico. Giuseppe Topia, inoltre, sarebbe stato sino al 12 marzo 2011 in costante contatto con Barbieri recandosi in numerose occasioni a Vibo ed a Bologna per incontrare personalmente il broker della cocaina e conferire con lui in ordine a tutte le questioni inerenti le transazioni illecite in corso, gestendo pure la fase di individuazione dei siti per lo stoccaggio provvisorio della cocaina. Giuseppe e Vincenzo Pugliese avrebbero quindi rappresentato, secondo l’accusa, lo “snodo” fra i colombiani ed i vertici dell’organizzazione italiana ed entrambi sarebbero stati impegnati nel trasferimento del denaro all’estero in cambio dello stupefacente. Alessandro Pugliese, invece, stabilitosi in Colombia, nella zona di Meta, sarebbe entrato in contatto con il narcos Guerrero Castillo Olivero. Giuseppe Galati sarebbe stato poi un «uomo di fiducia di Barbieri, curando i contatti con gli acquirenti dello stupefacente» e nelle intercettazioni viene menzionato «con l’appellativo di “zita di Francesco”per la sua stretta vicinanza, per asseriti motivi di affari, a Barbieri Francesco, figlio di Vincenzo». Infine, Della Rocca avrebbe coadiuvato Franzè «in tutte le attività illecite», mentre Paolì, rapportandosi con Topia, avrebbe provveduto alla materiale consegna del denaro. L’associazione, forte di ingenti capitali, avrebbe operato fra il Vibonese, Bologna, Bari, Milano ed il Sud America, dal 2010 al giugno del 2011.

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