Lunedì, 24 Settembre 2018
BLACK MONEY

Uomini e ruoli per
rafforzare il
potere del clan

di
black money, Catanzaro, Calabria, Archivio

Associazione mafiosa. Questo il reato contestato a 23 indagati su 24, destinatari del provvedimento di fermo della Dda di Catanzaro emesso nell’ambito dell’operazione denominata “Black Money”. Ognuno degli indagati si sarebbe adoperato per il rafforzamento del clan Mancuso, il cui «organismo centrale di controllo» – così definito dagli inquirenti – sarebbe diretto in qualità di capi e promotori dai fratelli Pantaleone Mancuso, 66 anni, detto “Vetrinetta”, Antonio Mancuso, 75 anni, Giovanni Mancuso, 72 anni, tutti «gerarchicamente sovra-ordinati » rispetto agli altri adepti aderenti, secondo l’accusa, alla cosca. A sostituire Pantaleone Mancuso nei periodi di assenza, per carcerazioni o altro, sarebbe stato invece il figlio Giuseppe, 36 anni, «con compiti decisionali e pianificatori dell’attività illecita del sodalizio mafioso, anche in relazione alla gestione del patrimonio accumulato attraverso le attività illecite del sodalizio». Ad occuparsi della programmazione degli omicidi e dei fatti di sangue per conto dell’intero clan di Limbadi ci avrebbe pensato Pantaleone Mancuso, 52 anni, alias “Scarpuni”, arrestato nei giorni scorsi per l’omicidio di Francesco Scrugli. A programmare invece le attività estorsive e ad individuare le modalità attraverso le quali riciclare il denaro sporco sarebbero stati Giuseppe Raguseo, 35 anni, di Rosarno, imparentato con Cosmo Michele Mancuso, e Agostino Papaianni, 62 anni, di Joppolo, già emerso nelle inchieste “Dinasty”e“Minosse 2”. A gestire gli affari illeciti, principalmente estorsioni ed usura, della cosca Mancuso anche in provincia di Catanzaro sarebbe stato poi delegato, col ruolo di «capo promotore del gruppo», Giovanni D’Aloi, 47 anni, di San Calogero. Di tale gruppo diretto da D’Aloi avrebbero fatto parte Gaetano Muscia di Tropea, già detenuto per altro, Giuseppe Costantino, 47 anni, originario di Nicotera ma residente a Vibo, Fabio Costantino, 36 anni, di Nicotera, Damian Fialek, 36, polacco residente a Sant’Angelo di Drapia, Antonio Pantano, 56 anni, di Ricadi, Francesco Tavella, 45 anni, di Porto Salvo. Antonio Maccarone, 34 anni, è stato invece fermato con l’accusa di aver svolto il ruolo di intestatario fittizio di beni riconducibili al genero Pantaleone Mancuso (cl. ‘47), rapportandosi con gli adepti a cosche subordinate ai Mancuso e con imprenditori turistici, mentre l’imprenditore Antonino Castagna, 63 anni, di Ionadi, già coinvolto nell’inchiesta “Dinasty 2”, avrebbe svolto per conto di Antonio Mancuso il ruolo di intermediario nelle operazioni dirette a sottoporre ad estorsione altri imprenditori. A sovrintendere all’operato dei soggetti della cosca dediti all’usura ed alle estorsioni ci avrebbe pensato anche Orazio Cicerone, 40 anni, nipote di Antonio Mancuso, mentre il ruolo di “alter ego” di Pantalone Mancuso, alias “Scarpuni”, sarebbe stato affidato a Nunzio Manuel Callà, irreperibile dall’operazione “Gringia”, e preposto a custodire le armi del clan. Al controllo della zona di Vena di Ionadi per conto di Giovanni Mancuso avrebbe poi pensato Mario De Rito, 39 anni, di Ionadi, già coinvolto nell’operazione “Odissea”. De Rito si sarebbe occupato in particolare del recupero delle somme date in prestito mantenendo diretti rapporti con gli imprenditori sottoposti al clan Mancuso. Autista di Giuseppe Mancuso, nonché partecipe al gruppo con funzioni operative, il ruolo svolto da Antonio Cuturello, 23 anni, di Limbadi, con Leonardo Cuppari, 39 anni, accusato di essersi poi occupato di far ottenere finanziamenti alle imprese di Papaianni. Legato a Papaianni e Raguseo anche Bruno Marano, 32 anni, di San Nicola De Legistis, mentre il ruolo di “cassiere” degli assegni frutto dei presunti traffici illeciti di Papaianni sarebbe stato ricoperto da Antonio Mamone, 45 anni, di Tropea. L’intestatario fittizio delle imprese di cui Papaianni si serviva per imporre generi alimentari ed altri prodotti (Smecal) viene indicato in Antonino Scrugli, 37 anni di Tropea, mentre Gabriele Bombai, 43 anni, di Tropea e Salvatore Accorinti, 39 anni, pure lui di Tropea, vengono indicati come organici al clan Mancuso con funzioni operative nella gestione delle attività commerciali e nel “recupero crediti”. In qualità di «tecnico del Comune di Ricadi», col compito di fornire al clan il supporto necessario, avrebbe poi agito Giovanni Paparatto, 40 anni, «occupandosi di tutelare gli interessi delle imprese riferibili al gruppo, tenendo contatti con professionisti e funzionari per ottenere vantaggi per le aziende mafiose». Delineati i ruoli degli indagati nel contesto associativo che ruota attorno al clan Mancuso, reati legati alla detenzione illegale di armi e munizioni vengono contestati a Giuseppe Mancuso, Antonio Cuturello, Antonio Campisi (quest’ultimo non raggiunto dal provvedimento di fermo), Giuseppe Costantino, Orazio Cicerone, Giovanni D’Aloi, Antonio Pantano. Per tale fattispecie delittuosa legata alle armi – in prevalenza fucili – la Dda non ha disposto il provvedimento di fermo. L’apposizione di una catena ed un lucchetto al cancello della proprietà della famiglia Zoccali di Limbadi, avvenuta nel 2010, costa quindi l’accusa di violenza privata aggravata dalle modalità mafiose a Giuseppe Mancuso. Passando alle estorsioni, aggravate dal metodo mafioso, Antonio Mancuso è accusato di aver costretto Domenico Polito, padre del collaboratore di giustizia di Tropea, Eugenio William Polito, 31 anni, a consegnargli 150mila euro o una villetta già rifinita dopo che lo stesso Polito aveva acquistato un terreno edificabile a Santa Domenica di Ricadi. L’evento non si sarebbe verificato per «cause indipendenti dalla volontà dell’autore». Altra estorsione aggravata dall’art. 7 della legge antimafia viene contestata a Giovanni Mancuso. In questo caso la vittima, con minacce ai figli e l’intenzione di “sparargli la casa”, sarebbe stata nel 2004 l’imprenditore di Briatico Giuseppe Grasso, costretto a pagare interessi usurai per un prestito di 50mila euro erogato dallo stesso Mancuso. Giuseppe Grasso e la moglie Francesca Franzè sarebbero anche state vittime di Antonio Mancuso, al quale viene contestato il reato di violenza privata, aggravata dalle modalità mafiose, in quanto avrebbe prospettato ai due coniugi «un danno peggiore di quello già prospettato da Mancuso Giovanni» se solo avessero sporto denuncia per i fatti dei quali erano vittime.

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