Venerdì, 21 Settembre 2018
VIBO VALENTIA

Svelate le trame su
mazzette e omicidi

di
cosca mancuso, Catanzaro, Calabria, Archivio
luigi e giuseppe mancuso

Ben 379 anni di carcere complessivi richiesti per 28 imputati e 15 richieste di proscioglimento motivate in alcuni casi con la prescrizione dei reati. La requisitoria del procuratore della Dda, Giuseppe Borrelli, e del pm Simona Rossi, nel processo nato dall’operazione antimafia denominata “Genesi” ha occupato due intere udienze e già da martedì si riprenderà con gli interventi delle difese. Nell’arrivare a formulare le richieste di pena, la pubblica accusa ha richiamato al Tribunale atti e fatti emersi nel corso del dibattimento. Ad iniziare dalle dichiarazioni del killer dei Molè di Gioia Tauro, Annunziato, detto “Tito”, Raso – passato fra le file dei collaboratori di giustizia autoaccusandosi 39 omicidi – che ha indicato Giuseppe e Luigi Mancuso come presenti ai summit in cui venne decisa nei primi anni ’90 nella masseria degli Albanese l’elimi - nazione dei Chindamo di Laurena di Borrello (sotterraneamente appoggiati dai Bellocco di Rosarno), entrati in contrasto con i Cutellè di Laureana appoggiati invece dai Molè e dai Piromalli di Gioia Tauro, dai Pesce di Rosarno, dagli Albanese di Candidoni e dagli stessi Mancuso. Il pentito Vitaliano Turrà, dal canto suo, ha ricostruito i rapporti – non sempre idilliaci – fra i Mancuso ed i Vallelunga delle Serre, mentre il numero due dei “Gaglia - nesi” di Catanzaro, ovvero Tommaso Mazza, ha spiegato tanti retroscena nei rapporti fra il clan di Limbadi sia con la sua cosca che con gli Arena di Isola Capo Rizzuto. È stato invece il pentito Massimo Di Stefano di Lamezia a raccontare del “comparaggio” fra il lametino Gino Benincasa e Luigi Mancuso, in un puzzle di alleanze che avrebbe visto il clan di Limbadi dialogare ed imporsi anche sui Giampà ed i Iannazzo. Più complesso, invece, il rapporto fra i Mancuso ed i Soriano di Filandari. Nessun cenno alla “strage di Pizzinni” costata nel 1982 la vita a due bimbi innocenti dilaniati da una bomba collocata sotto la finestra sbagliata e, secondo gli inquirenti dell’epoca, opera dei Mancuso per colpire i Soriano, ma racconti su scenari relativamente più recenti che avrebbero visto da un lato Giuseppe Mancuso “utilizza - re” in alcune azioni delittuose Roberto Soriano – poi presunta vittima della lupara bianca –, dall’al - tro lo stesso Giuseppe Mancuso cedere dello stupefacente a Pasquale Pititto di San Giovanni di Mileto affinchè costui instaurasse un rapporto di compravendita e di fiducia con Leone Soriano. Il piano, secondo il racconto del pentito Michele Iannello ripreso in aula dal procuratore Borrelli, prevedeva l’eliminazione dello stesso Leone Soriano ad opera di Giuseppe Mancuso con l’aiuto di Pasquale Pititto. Un capitolo a parte la pubblica accusa ha poi dedicato agli affari dei clan con il metano. A svelare tanti retroscena sulla metanizzazione nella fascia ricompresa fra i territori di Laureana e Maida, nel Lametino, e quindi attraversando sul finire degli anni ’80, inizi anni ’90, tutto il Vibonese, sono stati in particolare i collaboratori Gaetano Albanese di Candidoni, Michele Iannello di San Giovanni di Mileto e Gerardo D’Urzo di Sant’Onofrio. La “parte del leone” l’avrebbe fatta in questo caso Giuseppe Mancuso il quale per i lavori che dovevano attraversare San Giovanni di Mileto, dopo essersi accordato con la ditta sulla percentuale di tangente da pagare, avrebbe dato un “contentino” an - che allo stesso Iannello ed ai Galati, trattenendo però per sé oltre la metà dei proventi illeciti. A Candidoni, invece, la fetta più grossa della “torta” sarebbe andata agli Albanese, mentre per il passaggio del metano a Stefanaconi Giuseppe Mancuso, secondo il pentito D’Urzo, avrebbe prima lasciato 80 milioni di lire ad uno dei fratelli Matina che non li avrebbe accettati, e poi direttamente a Nicola Bartolotta che li avrebbe invece intascati. A Sant’Onofrio, poi, Giuseppe Mancuso per lo stesso lavoro avrebbe lasciato i soldi a Pasquale Bonavota, alimentando però i sospetti di Rocco Anello di Filadelfia e Carmine Galati di Comparni di Mileto, all’epoca in carcere ed interessati a sapere da Iannello la percentuale lasciata da Giuseppe Mancuso ai referenti mafiosi di ogni paese per “l’affare del metano”. In totale, secondo i pentiti, Peppe Mancuso, alias “Mbrogghja”, per il metano avrebbe estorto alle ditte 500 milioni di lire.

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