Sabato, 22 Settembre 2018
FAIDA PRESERRE

Sesto agguato, si alza
il livello di guardia

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 Cinque delitti e due tentati omicidi. Lo spettro della faida continua ad allungarsi sul Vibonese. Dopo quella fra Stefanasconi e Piscopio, la “scena” è ora tutta delle Preserre, insaguinate dallo scontro in atto a Fago Savini, territorio a cavallo tra Sorianello e Gerocarne. Quasi un anno fa –era l’1 aprile del 2012 – a innescare la miccia e “surriscaldare” il clima in quella zona, il tentato omicidio di Giovanni Emmanuele, 24 anni, bersaglio di un commando mentre, a bordo della sua autovettura, transitava per Fago Savini. Un’imboscata tesa nella tarda serata, quasi negli stessi momenti in cui, lungo la strada provinciale per Triparni, frazione di Vibo Valentia, a distanza di diversi chilometri si consumava l’omicidio di Mario Longo. Una vicenda quest’ultima i cui contorni non sono stati ancora chiariti. E per avere un’idea del clima di tensione e violenza che, in quel periodo, attraversava il Vibonese basti pensare che una decina di giorni prima dell’agguato a Emmanuele e del delitto Longo, a Vibo Marina era caduto sotto il fuoco dei killer Francesco Scrugli, mentre Rosario Battaglia e Raffaele Moscato (tutti del gruppo dei Piscopisani) erano rimasti feriti. E in quello stesso giorno ci fu chi cercò di regolare, ma senza riuscirci, i conti con Francesco Calafati, di Stefanaconi. Fatto sta, comunque, che al tentato omicidio di Giovanni Emmanuele segue, il 2 giugno, l’assassinio di Nicola Rimedio, imparentato con i Ciconte. Stessa zona, stesso tipo di armi. Per qualche mese le ostilità si placano, poi un’altra ondata di sangue nelle Preserre vibonesi. Si arriva a ottobre e, in questo caso, a scorrere è il sangue di un ragazzo di 19 anni –Filippo Ceravolo, di Soriano – che con le dinamiche della faida non aveva niente a che spartire. Il giovane – con la fedina penale pulita-pulita – viene ucciso per errore. Al momento dell’agguato si trovava su un’autovettura che non era la sua. Aveva chiesto un passaggio a Domenico Tassone, 27 anni, cugino di Giovanni Emmanuele e , secondo gli inquirenti, reale obiettivo del commando che aveva sparato contro la sua Fiat Punto. A settembre si riaccende il focolaio della guerra in atto nelle Preserre. Due gli agguati compiuti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Delitti di un certo peso. Il 22 a essere assassinato è Antonino Zupo, di 31 anni, al quale Giovanni Emmanuele sarebbe stato vicino. Quando i killer sparano Zupo – ritenuto il referente nella zona del gruppo capeggiato dai fratelli Bruno e Gaetano Emanuele – si trovava sull’uscio di casa, dove era ai domiciliari. Qualche giorno dopo, mentre a San Giovanni di Mileto (suo paese natale) si preparavano i funerali, un commando è ritornato in località Fago Savini, posizionandosi nei pressi di un’abitazione distante circa duecento metri da quella in cui era stato ammazzato Zupo. Il 25 settembre, nel giorno del suo compleanno, veniva ucciso Domenico Ciconte, 63 anni, imprenditore boschivo noto come ‘U Ragioneri. Era ancora in pigiama e in cortile quando quattro colpi di fucile, caricato a pallettoni, lo raggiungono mortalmente al volto. Altri mesi di stasi, sino a venerdì sera. Ai Savini altro piombo e altro sangue, quello di Salvatore Lazzaro di 23 anni. Un delitto sul quale interviene l’on. Dalila Nesci (M5S) per la quale «a 23 anni non si può morire, per giunta in casa propria, impallinato come in guerra da un angolo di strada». Per la Nesci in questa regione «è necessario restituire la speranza, attivare circuiti educativi a partire dalle scuole, sostenere anche laicamente interventi formativi negli ambienti religiosi. Soprattutto – aggiunge – servono strumenti concreti come il reddito minimo di inserimento, o di cittadinanza, che il Movimento Cinquestelle propone di istituire, e spero che i partiti non facciano ostruzionismo, specialmente per le aree problematiche del Mezzogiorno, dove spesso si finisce ladri e, nella migliore delle ipotesi, guardie senza difese». Per l’on. Nesci «compito dei parlamentari è trovare gli strumenti per liberare la Calabria dalla piaga mafiosa, e il reddito minimo di cittadinanza assolve a questa funzione».

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