Giovedì, 20 Settembre 2018
PROCESSO GIAMPÀ

Luca Piraina chiede
perdono alla società
per i suoi delitti

di
processo giampà, Catanzaro, Calabria, Archivio

Non c’è stata la prevista sentenza contro i capi ed i gregari della cosca Giampa finiti in carcere lo scorso anno nell’ambito dell’operazione Medusa ed il cui processo si sta svolgendo con il rito abbreviato davanti al giudice dell’udienza preliminare di Catanzaro Giovanna Mastroianni. A causa di alcune richieste la sentenza è slittata a venerdì 17 maggio. L’udienza di ieri è stata caratterizzata dalle spontanee dichiarazioni di Alessandro Torcasio e Luca Piraina. Nel corso delle dichiarazioni molto brevi Torcasio ha voluto semplicemente affermare la sua estraneità rispetto all’accusa di costruttore d’armi dell’associazione. Poi Luca Piraina, 24 anni, accusato di estorsione e tentato omicidio, presunto affiliato ai Giampà, che dal 20 febbraio collabora con la giustizia. Rivolgendosi al giudice dell’udienza preliminare ha ammesso le sue responsabilità, chiedendo scusa alla società per ciò che ha commesso, e a tutti coloro a cui ha fatto del male. Il pentito ha poi confidato di avere paura di ritorsioni nei confronti della sua famiglia, riferendo inoltre che gli stessi parenti non hanno condiviso la sua decisione di collaborare, mentre la sua compagna sì. Piraina ha anche spiegato il motivo per cui ha deciso di diventare collaboratore di giustizia: voglio cambiare vita ed essere una persona migliore, avrebbe detto. Il pubblico ministero Elio Romano a perciò chiesto al giudice di riconoscere a Piraina le circostanze attenuanti generiche e di poter valutare la posizione di Torcasio alla luce dell’ultimo interrogatorio. Dopo le dichiarazioni di Piraina, l’avvocato Pino Spinelli ha chiesto l’acquisizione del verbale d’interrogatorio di Alessandro Torcasio del 23 marzo scorso dove parla del suo ruolo negli omicidi di Vincenzo e Francesco Torcasio, padre e figlio uccisi a distanza di un mese. L’avvocato Aldo Ferraro per conto dei suoi assistiti Vincenzo Arcieri, Luigi Notarianni, Rosario Notarianni e Vincenzo Giampà, s’è opposto alla richiesta della procura, non solo richiamando i precedenti provvedimenti di rigetto pronunciati dalla stesso Gup rispetto all’identica richiesta del pubblico ministero, ma evidenziando come l'acquisizione di questi atti è incompatibile con la logica del giudizio abbreviato, giunto peraltro alle battute finali, oltre che con le indicazioni fornite dalla Cassazione. D'altronde, ha spiegato il legale, se la richiesta dell’accusa dovesse essere accolta, tutti i difensori dovrebbero nuovamente discutere sulla base del contenuto di quanto dichiarato dai collaboratori di giustizia, con un sostanziale ritorno del processo alle battute iniziali. Sulle richieste del pubblico ministero il Gup si è riservato di decidere nella prossima udienza. Prima della conclusione il giudice Masroiani ha invitato i difensori a pronunciarsi sulla richiesta del pubblico ministero di acquisire le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia dopo l'inizio del rito abbreviato, riferendo inoltre che il 27 aprile scorso il pubblico ministero ha depositato altri atti e documenti che riguardano Aurelio Notarianni e l’estorsione all’imprenditore lametino Giovanni Stella. Dopo l’opposizione dei difensori il giudice ha rigettato l’acquisizione. Ma ha anche detto alle parti che se in ogni udienza appaiono nuovi atti, il processo non avrà mai fine. In chiusura il Pm ha chiesto che con la condanna degli imputati venga disposta anche la confisca dei beni di recente sequestrati alla famiglia Notarianni. Il giudice deciderà nella prossima udienza.  

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