Lunedì, 22 Ottobre 2018
LIMBADI

Funerali di Stato, fatta formale richiesta

di
limbadi, matteo vinci, Catanzaro, Calabria, Archivio
Morto per bomba in auto, il rebus dell'innesco

Un mese fa a Limbadi, dove a dettare le “regole” è stata la violenza criminale, quella più brutale e assassina. Il 9 aprile scorso, infatti, una bomba piazzata sotto una Ford Fiesta distruggeva – nel senso letterale del termine – la vita di Matteo Vinci, 44 anni, biologo che in attesa di poter svolgere la sua vera professione faceva il cameriere in un bar di Pizzo e il contadino per aiutare i genitori a Limbadi.

In pochi attimi la vita di Matteo è stata annientata; in pochi attimi sono state annientate quelle dei suoi genitori: Francesco Vinci, che era in auto insieme al figlio ed è stato scaraventato nei prati dall’esplosione, riportando gravissime ustioni (l’uomo si trova ancora in camera sterile nel Centro grandi ustionati di Palermo); Rosaria Scarpulla, la madre, rimasta oggi sola a Limbadi dopo il ritorno in Argentina di Laura Sorbara, compagna del figlio.

E per Matteo Vinci l’avvocato Giuseppe De Pace, legale della famiglia Vinci, ha oggi formalizzato la richiesta di avere funerali di Stato. Lo ha fatto inviando una lettera al prefetto di Vibo, Guido Longo, affinchè la trasmetta agli organi competenti. Nella richiesta l’avvocato De Pace ha ripercorso la drammatica vicenda, ha sottolineato gli aspetti della vita della vittima e dei genitori – ponendo in risalto la «modesta dignità della famiglia», in contrasto con confinanti dal cognome “pesante” (Di Grillo-Mancuso) per alcuni lotti di terreno, le angherie subite negli anni, la determinazione ad andare avanti per l’affermazione della legalità – delineando così i motivi per i quali vengono chiesti per Matteo Vinci i funerali di Stato. «Un giovane professionista – ribadisce il legale – che così come i genitori non aveva abbassato la testa, e che per questo dovevano tutti morire. Ne è una dimostrazione plastica la brutale strage consumata. Un attentato terroristico-mafioso», aggiunge l’avv. De Pace che così come Rosaria Scarpulla vede «legata», a quanto accaduto, «la mano dei Mancuso». Un attentato terroristico-mafioso che rappresenterebbe una sorta di marchio «della protervia del clan Mancuso, autoproclamatosi principe feudatario del territorio vibonese, antistato per eccellenza». Per il legale della famiglia Vinci, dunque, Matteo è una vittima innocente di mafia e, anche come tale, rientra tra le persone meritevoli dei funerali di Stato.

Da un mese, intanto, vanno avanti le indagini dei carabinieri – coordinati dal sostituto procuratore distrettuale Andrea Mancuso – finalizzate a fare piena luce sul grave attentato e assicurare alla giustizia i responsabili. Un’attività complessa anche in considerazione della sproporzione tra quanto accaduto e il motivo del contendere visto che né la vittima, né i suoi familiari sono mai stati vicini, contigui o legati a organizzazioni criminali. Nei giorni scorsi i militari del Ris e il medico legale Katiuscia Bisogni hanno effettuato ulteriori sopralluoghi ed esami. Sia nella zona dove l’esplosione è avvenuta – che secondo quanto denunciato da Rosaria Scarpulla alcuni giorni dopo lo scoppio sarebbe stata “bonificata” con un incendio – sia sulla carcassa della vettura custodita a Rombiolo.

Al vaglio di carabinieri e Dda, inoltre, anche le dichiarazioni rese dalla signora Scarpulla e da Laura Sorbara sentite a lungo nei giorni successivi all’autobomba.

L’assordante silenzio delle associazioni

Il silenzio in questo caso è stato a dir poco assordante. All’appello lanciato dall’avvocato Giuseppe De Pace alle associazioni antimafia presenti sul territorio affinché si potesse organizzare una “scorta civile” per la signora Rosaria Scarpulla, madre del biologo ucciso con un’autobomba un mese fa, non ha risposto nessuno. Nessuno, infatti, si sarebbe fatto sentire nonostante il legale abbia rimarcato il rischio «reale» della signora Scarpulla sottolineando il fatto che la stessa sarebbe in costante pericolo di vita, nonostante il dispositivo di tutela disposto nei suoi confronti nell’immediatezza del grave attentato. Certo è che l’avv. De Pace con il suo appello non cercava eroi, tantomeno intendeva mettere a repentaglio altre vite, ma nella necessità del momento aveva cercato di fare leva su quanti contro la mafia sono schierati in prima linea. Un appello, comunque, caduto in un tombale silenzio.

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