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NEL VIBONESE

Omicidio Colloca, inversione di “rotta”

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Tanti gli interrogativi sulla morte dell’infermiere vibonese  trovato carbonizzato in auto in una pineta tra Pizzo e Sant’Onofrio. La Procura ha chiesto l’assoluzione degli imputati ma il papà della vittima non si non si rassegna. «Ci dicano perché all’ultimo momento si è cambiata idea dopo undici anni di indagini e perizie»

Un boccone difficile da mandare giù per chi da undici anni a questa parte chiede soltanto una cosa: la verità sulla morte del figlio.
La richiesta di assoluzione avanzata dal pm nei confronti degli otto imputati rinviati a giudizio e che hanno scelto di essere processati con il rito abbreviato, rilancia i familiari di Nicola Colloca (trovato carbonizzato nel 2010 all’interno dell’auto) indietro nel tempo. Un “salto” che Antonio Colloca, padre della vittima, non intende fare in silenzio. L’anziano, infatti, ha scritto al procuratore di Vibo, Camillo Falvo, chiedendogli spiegazioni sui motivi per i quali «il pm che fino all’ultima udienza si è battuto con i denti per sostenere l’accusa e poi, con intercettazioni confessorie e depistaggi di tutti i tipi, così all’improvviso si sveglia la mattina del 4 giugno e chiede l’assoluzione “perché è vero che di omicidio si può trattare, ma non ci sono prove a sostenere l’accusa”...».
Antonio Colloca si rivolge a Falvo in quanto capo della Procura e anche perché al termine della requisitoria nell’udienza del 4 giugno quando si è avvicinato al pm per chiedere spiegazioni – «Dottore mi può spiegare, non ho capito niente...» – sarebbe stato lo stesso pubblico ministero a dirgli che aveva ricevuto indicazioni circa la posizione da assumere.

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