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Omicidio Colloca, quattro anni dopo il decesso la riesumazione del cadavere

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Una vicenda che ancora oggi continua a riservare colpi di scena persino nelle aule giudiziarie

Non vogliamo a tutti i costi un colpevole, vogliamo il colpevole». Poche parole che racchiudono la volontà di non arrendersi di Antonio Colloca, nonostante gli «undici anni di calvario», trascorsi alla ricerca della verità sulla morte del figlio Nicola, trovato carbonizzato all’interno della sua autovettura, distrutta dalle fiamme, nel settembre del 2010 in località Gutumara, zona a cavallo tra i territori di Pizzo e Sant’Onofrio.

Un decesso, di fatto, rimasto avvolto nel mistero e che dal 2010 a oggi ha riservato e continua a riservare colpi di scena. Infatti, nonostante le indagini, la riesumazione del cadavere (quattro anni dopo il rinvenimento del cadavere carbonizzato) il caso resta inchiodato davanti a un interrogativo: suicidio o omicidio? La prima ipotesi risale a undici anni fa perché allora il medico legale Katiuscia Bisogni – nominato dalla Procura – ritenne che l’ipotesi suicidio fosse quella più probabile sulla scorta del fatto che «tutti gli elementi oggettivi analizzati e studiati trovano un perfetto reciproco riscontro...». Quattro anni dopo a dare una svolta al caso la riesumazione del cadavere disposta dalla Procura e una nuova autopsia questa volta affidata al prof. Giovanni Arcudi il quale giungeva alla conclusione che un evento traumatico era stata la causa della morte dell’infermiere del Suem 118 e non la volontà suicida.

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud - Calabria

 

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