Mercoledì, 27 Ottobre 2021
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Richieste di pizzo? In alcune zone di Lamezia basta solo il cognome

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In determinati territori basti solo evocare un cognome pesante per soggiogare un commerciante e spremere i frutti del suo lavoro

Per gli inquirenti è un caso di scuola, una vicenda che testimonia come su determinati territori basti solo evocare un cognome pesante per soggiogare un commerciante e spremere i frutti del suo lavoro. Nell’edizione di ieri abbiamo dato conto di come, secondo la Dda di Catanzaro, la presunta estorsione che ha portato in carcere un esponente della cosca Giampà (Vincenzo Tino, detto “Camacho”, cognato del boss Francesco, il “Professore”) e un uomo (Michele Bentornato) accusato di aver agito per suo conto, sia sintomatica dell’operatività del clan storicamente egemone su Nicastro e della «assoluta normalità» con cui gli indagati avrebbero preteso il pagamento del pizzo.

La giudice per le indagini preliminari che ha vergato l’ordinanza di custodia cautelare, Gabriella Logozzo, osserva come si tratti della «tipica manifestazione dell’estorsione ambientale, ovvero di quella particolare forma di estorsione che viene perpetrata da soggetti notoriamente inseriti in pericolosi gruppi criminali che spadroneggiano in un determinato territorio e che è immediatamente percepita dagli abitanti di quella zona come concreta e di certa attuazione».

In questo caso, ricostruisce il Gip, «Giampà e Bentornato, in concorso tra loro, si sono resi indubbiamente responsabili del reato di estorsione, avendo agito quest’ultimo a nome del primo, appartenente a una famiglia di altissimo lignaggio ‘ndranghetistico, che non aveva certo bisogno di ricorrere a minacce o violenze truculente, bastandogli solo la richiesta, del tutto immotivata e senza alcuna ragione, del pagamento della somma richiesta».

Il comportamento dei due rimanda alla «classica e scolastica ipotesi di minaccia larvata – non mancando peraltro, l’esplicito riferimento, in una occasione, al “danno” che la vittima avrebbe potuto subire in caso di mancato pagamento della richiesta estorsiva – tant’è che come tale era stata vissuta» dalla vittima che «ha dichiarato di aver pagato la mazzetta solo per paura di ritorsioni». La stessa vittima alla fine ha «subìto, passivamente, non avendo possibilità di alternativa, la coartazione della libertà e della volontà».

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud - Catanzaro

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