
È stato onorato anche quest’anno, il 19 marzo, a Limpidi di Acquaro, il tradizionale “Cumbitu” (conviviale) di San Giuseppe, un banchetto comunitario le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Come ogni anno, ampia e sentita la partecipazione all’evento, con cittadini arrivati per l’occasione anche dal nord Italia o da altre località dove sono emigrati, e dirette social per rendere partecipi coloro che non lo hanno potuto fare. Non più di 150 gli abitanti rimasti che, in questa occasione, come in almeno altre due circostanze (festa della Madonna del Rosario, a ottobre, e presepe vivente, in occasione del Natale), danno più del massimo per animare il borgo e offrire un momento di gradevole convivialità cristiana e sociale, facendo da validissimo esempio a tante altre comunità, dove tanto fervore sta mancando. E “guai” a chi gliele “tocca”. “Guai” a chi le critica. Non esiste. Ed è giusto che sia così. Perché l’impegno e la passione sono ciò che conta. Insieme alla convinzione e alla voglia di condivisione, la voglia di essere “uniti”. Piccola ma graziosa, quella di Limpidi, guidata dal giovane parroco, don Rocco Suppa, che riesce a valorizzare e spronare tutto il “bello che c’è”. È una tradizione, quella per San Giuseppe, che si svolge un po’ dappertutto in provincia (e non solo), ma qui ha un rituale particolare, avendo come protagonista la “Sacra famiglia”, impersonata da 3 residenti ogni anno diversi. Da qui, dopo la messa mattutina, parte tutto il rituale che, come accade da molti anni, si è svolto presso l’abitazione della famiglia Luzza, dove ha avuto luogo la benedizione e la successiva consumazione (previo assaggio da parte della sacra famiglia e la distribuzione alle fasce più deboli) del conviviale, preparato da poche decine di volontari, a ciò impegnati da giorni (e notti) prima. Originariamente il rito era portato avanti dalle famiglie meno abbienti, le quali offrivano il cibo ad altri poveri (che ricambiavano, magari, in futuro, con un aiuto in campagna). Oggi, invece, i principali destinatari sono gli anziani e i disabili della comunità, cui i volontari portano direttamente a casa le 13 pietanze (la cosiddetta “Devuziuani”). Dopo ciò si apre il banchetto riservato al resto della comunità, a base di pasta e ceci, rape, stocco, pane casareccio, “curujicchi” e dolci offerti dai fedeli, come molti degli ingredienti base testé citati. Non manca, ovviamente, del buon vino, per rendere più lieto un evento che ha tutto il sapore dell’unità comunitaria.
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