Venerdì, 19 Luglio 2019
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Black money, in appello chiesto un secolo di carcere per boss e gregari del clan Mancuso di Limbadi - Nomi e foto

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Condanne per oltre un secolo di carcere sono state chieste alla Corte d'Appello di Catanzaro dal pm distrettuale Annamaria Frustaci per sei dei dodici imputati coinvolti nell'operazione Black money contro il clan Mancuso di Limbadi, per i quali la Dda ha proposto appello avverso la sentenza di primo grado, processo conclusosi con nove condanne e 12 assoluzioni, relativamente al reato associativo.

In particolare venti anni di detenzione ciascuno più la misura della libertà vigilata per tre anni è la condanna chiesta per i  fratelli Giovanni Mancuso (detto Billy), 78 anni (avv. Armando Veneto e avv. Giuseppe Di Renzo) e Antonio Mancuso (zi ‘Ntoni), di 80 anni (avv. Sergio Rotundo e avv. Francesco Stilo), ritenuti capi storici della cosca di Limbadi e assolti in primo grado per l'associazione mafiosa e condannati a 9 anni, Giovanni Mancuso (per usura e minaccia) e 5 Antonio Mancuso per minacce.

La condanna a 18 anni più tre anni di libertà vigilata è stata invece chiesta per il nipote dei boss, ovvero per Pantaleone Mancuso (alias Scarpuni), 57 anni (avv. Francesco Calabrese e avv. Francesco Sabatino), anch'egli figura di primo piano della cosca e assolto in primo grado.

Inoltre 16 anni di carcere a testa è stata la pena invocata dal pm nei confronti di  Agostino Papaianni, di 67 anni (avv. Salvatore Staiano e avv. Michelangelo Miceli), condannato in primo grado a 7 anni e 8 mesi per estorsione e danneggiamento; Leonardo Cuppari, di 45 (avv. Gambardella e avv. Patrizio Cuppari), per il quale è stata anche chiesta l'applicazione della libertà vigilata per tre anni. In primo grado Cuppari aveva aveva rimediato la pena di 5 anni.

Infine 16 anni sono stati chiesti anche per  Nicola Angelo Castagna, di 36 anni (avv. Porcelli e avv. Gianfranco Giunta) assolto in primo grado.

Il pm ha chiesto la conferma della sentenza emessa dal Tribunale collegiale di Vibo, dopo dieci giorni di camera di consiglio, per i rimanenti imputati, ovvero: Giuseppe Mancuso, 41 anni, figlio del defunto boss Pantaleone,  detto Vetrinetta, fratello di Giovanni e Antonio Mancuso (avv. Sabatino e avv. Leopoldo Marchese), condannato a un anno e 6 mesi per un solo capo d'imputazione (violenza); Gaetano Muscia, di 65 anni (avv. Mario Bagnato e avv. Di Renzo) 7 anni e 8 mesi in primo grado; Damian Zbigniew, 42 anni (avv. Mario Bagnato e avv. Domenico Maria Chindamo) condannato in primo grado a 3 anni per minacce; Antonio Velardo, 41 anni (avv. Aldo Labate e avv. Gambardella) che era stato  condannato a 5 anni; Antonino Castagna, 68 anni (avv. Staiano e avv. Antonio Porcelli) assolto in primo grado e Antonio Prestia, 51 anni (avv. Sabatino e avv. Nicola Cantafora), 5 anni e 6 mesi.

Buona parte dell’appello della Procura distrettuale  è volta a contrastare la tesi del collegio giudicante sul reato associativo. Una sentenza, quella emessa dal Tribunale di Vibo, per la Dda «errata in punto di fatto e di diritto».

Anche perché il Tribunale «per poter concludere nei termini di una cessazione dell’operatività dell’associazione Mancuso avrebbe dovuto individuare un ben preciso evento “traumatico” tale da determinare una recisione del programma associativo. Avrebbe dovuto cioè scoprire – evidenziava l’appello – indicandola e precisandola in sentenza una volontà diretta alla scissione del gruppo».

Inoltre, facendo riferimento a quanto stabilito dalla Cassazione sulla “rendita da capitale intimidatorio” la Procura distrettuale – che ritiene il Collegio abbia «male interpretato, se non stravolto» il principio giurisprudenziale – sottolineava che «l’accertamento in punto di rinnovazione del potere intimidatorio di un gruppo mafioso, la cui esistenza sia stata già statuita con sentenza passata in giudicato, non può in alcun modo ritenersi indispensabile (al contrario di quanto asserito nell’impugnata sentenza) al fine di provare il persistente radicamento sul territorio della medesima compagine associativa. Ciò dal momento che la continuità operativa del gruppo – sottolineava la Procura distrettuale – vero thema probandum in caso di precedente giudiziario irrevocabile, ben potrà essere dimostrata attraverso la spendita da parte degli associati del cosiddetto capitale intimidatorio maturato durante la pregressa esperienza associativa».

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