Martedì, 25 Settembre 2018
LAMEZIA

Le confidenze di
Antonio De Vito
sul clan Giampà

di
de vito, giampà, Catanzaro, Calabria, Archivio

Nell’enorme fascicolo che contrassegna l’operazione “Medusa”, nome in codice dato all’azione di polizia giudiziaria che il 29 giugno dello scorso anno portò all’arresto di 36 persone appartenenti, secondo gli investigatori, al «clan Giampà» e imputati nell’omonimo processo che si sta celebrando davanti al giudice dell'udienza preliminare di Catanzaro Giovanna Mastroianni, sono diverse le dichiarazioni rese agli inquirenti non solo di collaboratori di giustizia, ma anche di persone che hanno deciso di riferire alcune “confidenze”. Tra queste ci sono anche quelle di Antonio De Vito, 37 anni, condannato insieme a Pasquale Giampà detto “millelire” per l’estorsione ai danni dell’imprenditore lametino Rocco Mangiardi. Nel poderoso fascicolo processuale sono finite quindi anche le dichiarazioni di De Vito, considerato dagli inquirenti attiguo a Pasquale Giampà “millelire” (considerato quest’ultimo insieme a Giuseppe Giampà, Aldo Notarianni e Vincenzo Bonaddio componente della "cupola" che gestiva gli affari della cosca), in ordine ad alcuni episodi che si sono verificati in città tra il 1990 e il 2007, ma anche notizie relative al «reale responsabile» del sequestro Mazzotta. In un verbale del novembre del 2010 davanti agli inquirenti nel carcere di Cosenza dove si trovava ristretto, De Vito ha riferito di ritenere «Pasquale Giampà detto millelire non un mafioso, nel seno che non appartiene ad alcuna associazione di ‘ndrangheta, né tanto meno a quella facente capo al gruppo Giampà operante a Lamezia, che so essere capeggiata da Francesco Giampà detto il Professore, per come riferito da Pasquale Giampà, autista del “professore” negli anni ‘90». Quindi per De Vito uno dei componenti della cupola che decideva sugli affari della cosca e sugli omicidi non sarebbe «un mafioso », anche se poi non spiega quali sono le ragioni che lo hanno spinto a fare questo tipo di valutazione. Tra le mura del carcere cosentino De Vito rivela agli inquirenti di potere riferire fatti e circostanze «sulle vicende relative al trafugamento della bara Perri e alle modalità di ritrovamento e di pagamento del riscatto da parte della famiglia Perri». Le conoscenze di De Vito non si limiterebbero solo al trafugamento della bara dell’imprenditore Antonio Perri, ucciso il 10 marzo del 2003 nel suo ufficio del centro commerciale “Atlantico”, ma allarga il suo scenario di conoscenza anche in ordine all’omicidio dell’ispettore di polizia Salvatore Aversa e della moglie Lucia Precenzano uccisi il 4 gennaio del 1992. In particolare De Vito riferisce agli inquirenti di avere ascoltato tale Pasquale Giampà detto “Tranganiello” «dire ad Aversa che lui non voleva la droga a Lamezia, mentre c’era Francesco Iannazzo, all’epoca reggente della cosca Iannazzo (ucciso nel giugno/ luglio ’92) che invece la voleva ». De Vito rivela agli agenti della polizia giudiziaria, alla presenza del sostituto procuratore Elio Romano, che “Tranganiello” suggerì ad Aversa che «doveva stare attento a Francesco Iannazzo che per questo avrebbe potuto ucciderlo ». Nel suo racconto De Vito inoltre riferisce che «Aversa il giorno dopo andò da Francesco Iannazzo a dirgli che se avesse fatto arrivare la droga a Lamezia gli sarebbe stato addosso». E quindi per De Vito l’ispettore di polizia «fu poi ucciso con una pistola di un appartenente alle forze dell’ordine, che ne aveva denunciato il furto, una settimana prima ». Quindi De Vito «è certo che il mandante è stato Francesco Iannazzo » anche se non sa chi «possa essere stato l’esecutore materiale, ma sicuramente si trattava di persona conosciuta da Aversa e dalla moglie, altrimenti non ci sarebbe stato motivo di uccidere anche la moglie». Tra le “verità” rivelate da De Vito c’è anche quella riguardante all’omicidio di Francesco Iannazzo. Secondo quanto ha riferito De Vito ad eliminarlo sarebbe stato “Giampà Tranganiello” che per vendicare l’omicidio dei coniugi Aversa «fece uccidere Francesco Iannazzo proprio per vendicare l’omicidio Aversa». A sua volta “Tranganiello”, sempre secondo quanto ha riferito De Vito, «successivamente fu ucciso su mandato degli altri fratelli Iannazzo». Ma c’è di più: De Vito riferisce anche di una riunione dei vertici della ‘ndrangheta lametina che si sarebbe svolta nel 2007 «in una stalla vicino all’ex abitazione di Pasquale Giampà ‘millelire’, in uso al cognato del Professore Vincenzo Bonaddio». Vertice che era finalizzato «a mettere pace fra le cosche lametine e al quale erano presenti i vertici di tutte le famiglie mafiose», alla presenza di un esponente di una famiglia del reggino che De Vito accompagnò nella stalla dove si teneva la riunione”. De Vito nel carcere di Sulmona ha anche appreso notizie sul «reale responsabile del sequestro Mazzotta avvenuto circa 35 anni, per cui adesso è in carcere Giuseppe Gattini di Sambiase, mentre erano state altre persone a commette il sequestro tra cui tale (omissis) di Cauolina o Gioiosa Ionica, che adesso si trova in carcere nell’ambito dell’operazione Crimine, in cui è accusato del sequestro Garella, sui procede la Bocassini». Notizie e fatti che De Vito riferì per far comprendere che ha «sempre collaborato con la Polizia» al fine di ottenere un «giusto processo»

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