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LAMEZIA TERME

Volevano eliminare il “confidente”

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Volevano eliminare il “confidente”

Aveva deciso di far saltare in aria un presunto informatore della polizia che gli era scomodo. Per questo aveva fatto preparare due bombe ad alto potenziale, ognuna con circa 7 chili di esplosivo, ma in tutte e due le occasioni il suo piano è finito male, con gli ordigni esplosivi intercettati dalla polizia.

Per quelle bombe, il 59enne lametino Sergio Ugo Roberto Greco finì in galera, insieme al figlio 29enne Cristian, accusato di coltivazione di droga, e ad Angelo Anzalone, anche lui 29enne, con l’accusa di aver organizzato l’attentato e preparato le bombe micidiali. Era l'ottobre del 2013 e l'operazione venne ribattezzata “Disinnesco”. Dopo un anno, i tre furono condannati: Sergio Ugo Roberto Greco a 10 anni e 8 mesi, il figlio Cristian a 4 anni e 2 mesi e Anzalone a 5 anni.

Ora, a distanza di tre anni, il Tribunale di Catanzaro ha emesso un provvedimento di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, disposta nei confronti di Greco padre e figlio e di Anzalone. Oltre alla misura di prevenzione dell'obbligo di soggiorno, i poliziotti del Commissariato di Lamezia Terme hanno anche eseguito il provvedimento di confisca di alcuni beni riconducibili a Sergio Greco, per un valore complessivo di 600mila euro. Si tratta di un fabbricato abusivo sul quale pende anche un’ordinanza di demolizione, un terreno, un'impresa individuale di autolavaggio e 6 autovetture intestate a Greco, oltre che ad appartenenti al suo nucleo familiare.

Il provvedimento, che è stato notificato nelle case circondariali dove sono rinchiusi i tre, trae origine dalle indagini avviate in seguito al rinvenimento di un ordigno esplosivo al alto potenziale, destinato ad intimidire un pregiudicato locale, attribuito a una cellula criminale ad alta pericolosità sociale, composta da Greco padre e Anzalone. La vittima dell’attentato, secondo gli inquirenti, si chiama Antonio Lo Gatto, che sarebbe un confidente della polizia e avrebbe dato fastidio al gruppo di Greco diffondendo notizie troppo approfondite sull’operazione “Medusa”, quella che nel giugno dello scorso anno demolì il clan Giampà.

L’inchiesta è partita dal ritrovamento della prima bomba da 6 chili e mezzo di esplosivo in un casolare abbandonato nel rione San Teodoro. Era il 2 aprile 2013. Di quell’ordigno esplosivo non si seppe nulla, finchè ne fu trovato un altro in Via Indipendenza, nascosto vicino all’ex sansificio, il 28 giugno dello stesso anno. Ma intanto le indagini della polizia erano partite, soprattutto con l’intercettazione di alcune persone tra cui Sergio Greco, considerato dagli inquirenti il capo del gruppo che, secondo gli inquirenti, non era affiliato a cosche di Lamezia.

Dopo il ritrovamento della prima bomba, Greco ne ha fatto preparare un’altra da destinare al suo presunto avversario. Ma venne trovata anche quella. Non è la prima volta che Sergio Greco e suo figlio Cristian finiscono sott’inchiesta.

Secondo gli inquirenti si tratta di è una cellula che stava approfittando del vuoto di potere nella zona Est della città lasciata “libera” dal potere del clan Giampà, finito quasi per intero in carcere e condannato con le operazioni “Medusa” e “Perseo”. Secondo gli artificieri della polizia di Vibo Valentia se uno di quei due ordigni fosse esploso in città non avrebbe ucciso soltanto la vittima predestinata, ma avrebbe provocato una vera e propria strage. E per dimostrarlo gli artificieri hanno innescato le due bombe facendole esplodere in un’area di sicurezza e filmando tutto.

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