Giovedì, 13 Agosto 2020
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'NDRANGHETA

Processo Rinascita Scott, chiesto il rinvio a giudizio per 456 indagati

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L'aula bunker in cui si svolgerà il processo Rinascita Scott

La Dda di Catanzaro ha depositato all'Ufficio del Gip la richiesta di rinvio a giudizio a carico degli oltre 400 indagati coinvolti nella maxi-inchiesta Scott-Rinascita, sfociata lo scorso 19 dicembre nello storico blitz contro la 'ndrangheta, che ha colpito  principalmente il "Crimine" vibonese e il microcosmo di 'ndrine che gli ruota attorno.

La richiesta - che porta  la firma del procuratore Nicola Gratteri e dei sostituti Andrea Mancuso, Antonio De Bernardo e Annamaria Frustaci - riguarda 456 rispetto ai 479 indagati della conclusione indagini. Da quanto emerso 23 posizioni sono state stralciate, mentre ben 438 sono i capi d'imputazione contestati. Numeri grandi, per una grande inchiesta la cui prosecuzione giudiziaria potrebbe vedere ben 224 parti offese costituirsi parti civili, qualora i Comuni del Vibonese, la Provincia, la Regione, la Prefettura di Vibo, il ministero della Giustizia e le decine e decine di imprenditori vessati decidessero di farlo.

La Dda, dunque, chiede il processo per 'ndranghetisti delle cosche del vibonese, a cominciare dai Mancuso di Limbadi guidati da Luigi Mancuso “Il Supremo”, in ottimi rapporti con i De Stefano di Reggio Calabria ed i Piromalli di Gioia Tauro ed a capo del crimine della provincia di Vibo Valentia con compiti di collegamento con la provincia di Reggio e il crimine di Polsi, vertice assoluto della ‘ndrangheta unitaria.

Ma anche per politici, professionisti e rappresentanti infedeli delle istituzioni, in molti casi legati tra loro dal collante della massoneria deviata. Nella richiesta anche i 60 indagati coinvolti in una operazione antidroga condotta lo scorso giugno tra la Calabria e la Toscana. Indagati eccellenti figurano in Scott Rinascita, come l'avvocato Giancarlo Pittelli, penalista ed ex parlamentare di Forza Italia, poi passato nel 2017 a Fdi, accusato di concorso esterno. Una figura centrale nel castello accusatorio.

Da una parte l’avvocato che difende e consiglia i “mammasantissima” delle cosche, dall’altra il politico che organizza incontri e cene a cui partecipavano tutti, anche esponenti delle forze dell’ordine e magistrati. Non è un caso che siano stati coinvolti nell’inchiesta anche uomini in divisa come l’ex comandante del Nucleo operativo dei carabinieri di Catanzaro Giorgio Naselli.

Tra gli indagati anche l’ex sindaco, di Pizzo e ex presidente di Anci Calabria Gianluca Callipo, eletto col Pd ma poi in fase di allontanamento dai dem, l’ex consigliere regionale del Pd Pietro Giamborino, accusato di associazione mafiosa, il segretario regionale del Psi ed ex assessore regionale Luigi Incarnato accusato di corruzione elettorale e l’ex consigliere e assessore regionale del Pd Nicola Adamo - a dicembre raggiunto da un provvedimento di divieto di dimora poi revocato dal gip - nei cui confronti viene ipotizzato il reato di traffico di influenze.

Così come per Vincenzo De Filippis, candidato alla Camera nel 2018, ed ex assessore al Comune di Vibo e per l'ex consigliere comunale, già consigliere provinciale, Alfredo Lo Bianco. Nonostante i grandi i numeri la Dda non ha ceduto il passo e ora si è in attesa di conoscere la data dell'udienza preliminare che - superando  la carenza di strutture idonee ad accogliere un così alto numero di indagati e dei loro difensori - si svolgerà in Calabria.

Comunque sia adesso toccherà al gup valutare l’esistenza di quello che nell’avviso di chiusura delle indagini viene definito "un circolare rapporto “a tre” tra il politico/professionista/faccendiere, l’operatore di impresa e la cosca mafiosa, in cui il primo ottiene e concede favori, in forza dei suoi legami con le istituzioni e la ‘ndrangheta, fungendo da “cerniera” tra i due mondi, il secondo cresce e/o risolve problemi grazie all’influenza mafiosa ed alla politica collusa, e la terza rafforza il suo radicamento nel tessuto politico ed economico".

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