Giovedì, 02 Febbraio 2023
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INCHIESTA BASSO PROFILO

Catanzaro, ricorso tardivo contro sequestro cellulare e Ipad: "multato" Lorenzo Cesa

Catanzaro, Cronaca
Lorenzo Cesa

Nonostante siano state archiviate sul suo conto le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso - nell’ambito dell’inchiesta Basso Profilo condotta dalla Dda di Catanzaro su presunti legami illeciti tra la 'ndrangheta, imprenditori e politici di vario livello - il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, è stato condannato dalla Cassazione a pagare 3mila euro in favore della Cassa delle ammende, oltre alle spese processuali, per aver presentato oltre il termine di 15 giorni il ricorso contro il sequestro del suo cellulare e Ipad che era stato disposto lo scorso gennaio dalla Procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri.

Le motivazioni sulla tardività del ricorso, discusso in camera di consiglio a porte chiuse lo scorso 28 ottobre, sono state depositate oggi dalla Sesta sezione penale che, ritenendo tardivo il reclamo della difesa di Cesa, non ha dedicato una parola per replicare agli argomenti sulla non sequestrabilità dei dispositivi informatici in dotazione al politico centrista che nel 2017, periodo al quale si riferivano le accuse, era un europarlamentare, tutelato quindi dal 'Protocollo di Bruxelles' recepito dall’Italia fin dal 1967. Inoltre la difesa di Cesa - la cui posizione è stata da poco archiviata, lo scorso 19 novembre, su richiesta della stessa Dda di Catanzaro che lo aveva indagato quasi un anno fa, nel gennaio 2021 - ha obiettato agli 'ermellini' la mancanza di indizi solidi a sostegno delle gravi accuse e la scarsa «puntualizzazione delle finalità probatorie» perseguite con l’ordine di sequestro, oltre ai dubbi sulla «proporzionalità della misura adottata». Quanto ai termini che sarebbero stati sforati, la Cassazione spiega che «il ricorso è pervenuto all’ufficio competente ben oltre il termine di 15 giorni previsto per l’utile interposizione della relativa impugnazione, ricavabile, per i ricorsi di legittimità in materia reale, in assenza di una disposizione specifica di segno diverso, in via generale dall’art. 585, comma 1, lett. a, del codice di procedura penale». Di tutto il resto, la Suprema Corte non si è occupata. Cesa ora dovrà versare i 3mila euro, oltre alle spese di giustizia, e il suo legale ha forse nutrito troppa fiducia nel fatto che il Tribunale di Roma consegnasse alla cancelleria entro i tempi previsti il ricorso contro il sequestro. «E' a carico di chi presenta ricorso, il rischio che l'impugnazione, ove presentata in un ufficio diverso, sia dichiarata inammissibile per tardività», scrivono gli 'ermellini' con grande attenzione formale in un caso che si è disciolto per l’inconsistenza sostanziale delle accuse.

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