Domenica, 29 Gennaio 2023
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INCHIESTA REVENTINUM

Lamezia, Antonio Scalise ritratta in aula: è tutto falso, sono stato minacciato

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La nuova versione: ma quale estorsioni, erano solo regali

«Sono stato usato, queste cose me le hanno fatto scrivere forzate». Colpo di scena ieri nell’aula del Tribunale di Lamezia dove si sta svolgendo il processo Reventinum che ha ricostruito il giogo criminale imposto dalla cosca cosiddetta “della montagna” guidata dagli Scalise. Ed è proprio un componente della “famiglia” ad essere stato ascoltato ieri in aula. Antonio Scalise che solo pochi mesi fa aveva parlato con i magistrati della Dda di Catanzaro, confermando il potere di Pino e Luciano Scalise sull’area del Reventino, ha deciso di sconfessare del tutto le sue dichiarazioni. Rispondendo alle domande della pm Anna Chiara Reale, l’esponente della famiglia Scalise (assistito dall’avvocato Michele Gigliotti) ha sostenuto che «le cose» messe nere su bianco nei verbali di quest’estate «sono tutte ricostruite. Posso solo dire che non è vero. Mi hanno usato come uno scudo di ferro». Tutto falso, ha sostenuto, «vi posso fare una firma mo’».

Nel suo racconto fornito ieri in aula le estorsioni agli imprenditori sono diventate semplici regali: «Una volta - ha detto riferendosi a un imprenditore vittima del clan - è venuto a fare un regalo ma non come intendete voi». Ha sminuito anche il rapporto con Marco Gallo l’insospettabile killer già condannato per gli omicidi dell’avvocato Francesco Pagliuso, di Gregorio Mezzatesta, di Domenico Maria Gigliotti e di Francesco Berlingieri. «Marco Gallo l’ho visto solo in un bar per caso a Falerna, non l’ho mai visto a casa con mio fratello e mio padre». Davanti alle contestazioni del sostituto procuratore, Antonio Scalise ha continuato a sostenere che quanto contenuto in quei verbali è falso: «Hanno voluto costruire la casa dal tetto e ora crolla tutto». Ma soprattutto Scalise ha raccontato di essere stato avvicinato e poi minacciato da alcuni soggetti non meglio identificati. «Sono venuti da me dicendo che io sapevo delle cose e mi hanno minacciato». I fatti raccontati da Scalise sarebbero avvenuti a fine marzo, «sono venuti - ha aggiunto ancora - con una cartella piena di documenti, io ho cercato di capire chi fossero».

Leggi l'articolo completo sull'edizione cartacea di Gazzetta del Sud - Catanzaro 

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