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IL PROCESSO

Vibo, "Romanzo criminale": chieste le condanne per Cannizzaro e per don Santaguida

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Il pm: 15 anni all’ex maresciallo dell’Arma, 6 anni e 9 mesi al prete

Sta per arrivare finalmente all’epilogo il processo “Romanzo criminale”. Dopo due lustri dell’omonima operazione, scanditi tra udienze, accuse e rinvii, il pm distrettuale, Andrea Mancuso della Dda di Catanzaro, ieri ha concluso la requisitoria con la richiesta di condanna per gli imputati. Nella scorsa udienza era infatti terminato il dibattimento ed ora si entra nel vivo, in attesa della sentenza del Tribunale collegiale di Vibo (presidente Gianfranco Grillone), prevista per il prossimo 14 febbraio.

Ieri, dunque, il pm Mancuso, ha terminato con la richiesta a 15 anni di reclusione per l’ex maresciallo Sebastiano Cannizzaro (difeso dagli avvocati Pasquale Patanè e Aldo Ferraro) e 6 anni e 9 mesi per don Salvatore Santaguida (difeso dall’avvocato Enzo Galeota e ieri sostituito in aula dalla collega Antonella Stratoti); per quest’ultimo con le attenuanti generiche, anche per il comportamento mantenuto nel corso delle udienze. Da rilevare, infatti, che il sacerdote ha sempre partecipato alle udienze. In questo troncone (il processo di “Romanzo criminale”, sorto nel marzo 2014 dall’inchiesta dei carabinieri di Vibo Valentia e della Dda di Catanzaro, ricordiamo che si era scisso in due tronconi, in seguito alla ricusazione del giudice Lucia Monaco) imputati sono infatti l’ex comandante dei carabinieri della stazione di Sant’Onofrio ed il sacerdote che ai tempi esercitava il suo ministero sacerdotale presso la parrocchia di Stefanaconi. Le accuse contestate ad entrambi: concorso esterno in associazione mafiosa. L’ex sottufficiale ed il sacerdote, per gli inquirenti avrebbero, con ruoli differenti, operato in modo tale da favorire esponenti del clan Patania di Stefanaconi. Inoltre, l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Sant’Onofrio dovrà altresì rispondere di omissioni in atti d’ufficio.

Secondo l’accusa l’ex maresciallo avrebbe provveduto a fornire ai Patania notizie coperte dal segreto istruttorio; notizie che avrebbe appreso nella sua qualità di comandante di stazione e che avrebbe poi veicolato per tramite del parroco, agli interessati, omettendo altresì di comunicare dell’attività tecnica in corso, nonché per tutta una serie di denunce di reato, sporte nei confronti di esponenti del clan Patania. Da rilevare, invece, che per ben due volte per don Salvatore non è stata accolta la richiesta di misure cautelari che era stata avanzata dalla Dda. Oltre alle gravi incongruenze addebitate ai collaboratori di giustizia, dal giudice Rosaria De Girolamo.

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