Martedì, 14 Luglio 2020
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TEATRO COMUNALE

"La macchina della felicità", lo spettacolo di Flavio Insinna debutta a Catanzaro

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Flavio Insinna

Il suono della felicità che tutti ricordiamo sorridendo e pensando a quando eravamo bambini? La campanella della ricreazione. Un suono prolungato e felice che ci faceva tirare i quaderni in aria per catapultarci a giocare in cortile. Questo è “La macchina della felicità” di Flavio Insinna, tratto dal suo libro, che aprirà la stagione di Ama Calabria al teatro Comunale di Catanzaro e «a partire dall'entrata del pubblico in sala – garantisce Insinna – fino alla fine, sarà una ricreazione, sempre diversa ogni volta».

Qual è il motivo della diversità?

«L'improvvisazione e il capitale umano con cui interagiamo: il pubblico in sala. A loro chiediamo di compilare i biglietti della felicità. Da qui nasce la serata. Ce ne sono alcuni storici che ci portiamo dietro come portafortuna. Ogni sera, poi, si aggiungono i più bizzarri e piano piano ci mettiamo del nostro con la musica, le canzoni e i miei racconti della felicità».

Il segreto, quindi è una base, interagire con il pubblico e improvvisare?

«C'è sempre la voglia di improvvisare, se le persone alzano la mano, vogliono dire una cosa, siamo pronti a cambiare registro, canzone. Io metto sul piatto i problemi della vita di tutti i giorni, i miei e quelli degli altri e si improvvisa. Uso il verbo improvvisare con grande rispetto, perché i miei maestri, Nino Frassica, Gigi Proietti, Diego Abatantuono mi hanno insegnato ad improvvisare dopo aver studiato, che è diverso dall'essere improvvisati altrimenti è un altro mestiere che non ci interessa».

Felicità, bella responsabilità in un momento in cui anche in Italia ce n'è sempre meno.

«Sarebbe stato più facile fare una serata sullo sconforto. Ma io sono testardo di natura. Facciamo un mestiere che non salva il mondo, ma se si può portare anche solo un sorriso a chi ha la testa piena di pensieri con la mia orchestrina siamo contenti».

Forse essere felici deriva dalla condivisione che lei trova nel sostegno umanitario?

«Il mio impegno per dare felicità ai bambini in questo mondo impazzito che nel 2020 decide ancora di fare guerra e bombardare famiglie, donne, bambini è un obbligo morale che poi si traduce in serate con Unicef e altri. È una follia, si rendono infelici le persone senza sapere il perché. Si può dire ad un bambino 'ti stanno bombardando perché ci sono adulti che non amano la vita degli altri?'. Einstein diceva una cosa meravigliosamente triste: 'Abbiamo imparato a dividere l'atomo, ma ancora non abbiamo imparato a dividere il pane'».

Se, lei potesse portarla questa macchina della felicità a chi la porterebbe?

«Se potessi tenermi largo nella scelta racchiudendo tutte le persone che ho nella testa e nel cuore, direi le persone più deboli. È molto comodo far finta di non sentire l'urlo di una persona più debole, parliamo dei bambini, delle donne, dei malati e degli anziani. Si fa molto in fretta, perché è un urlo poco potente. Mio papà fin da quando ero piccolo mi ripeteva: girati a quadrare dietro di te perché ci sarà sempre chi farà fatica a raggiungerti. Da piccolo non capivo».

Poi ha capito?

«Mi ha portato a vedere i disabili in carrozzina e a 8-9 anni ti si apre un mondo. A 54 ho la fortuna di poter sostenere insieme ad altri, una squadra di basket in carrozzina, composta da persone meravigliose. Con loro l'obiettivo non è quello di vincere soltanto in campo, ma soprattutto quello di non farli stare soli a casa senza intravedere delle strade delle speranze. Quando stiamo tutti insieme, quella è la vera vittoria e riuscire a mettere in moto ancora una volta la “Macchina della felicità”».

© Riproduzione riservata

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