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MEMORIA

Quel “ponte” tra Ariola e Arena oggi ha il nome di Pasolini

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Nel 1960 fu testimone delle sofferenze della gente del luogo e inviò una somma per costruirlo

Quella volta a evitare il peggio era stato un ufficiale dei carabinieri. Era il 1957 e la gente di Ariola, contrada di Gerocarne i cui boschi si arrampicano sui monti delle Serre vibonesi, stava facendo la sua «rivoluzione». Così chiamavano una primordiale resistenza fiscale all’alba della quale avevano avvisato l’esattore delle tasse: che non si facesse vedere in quelle campagne, dove lo Stato non aveva ancora portato né acqua né corrente elettrica. Gli avevano impedito di sequestrare quel poco di sequestrabile che c’era, così l’inviato dell’erario aveva fatto arrivare quaranta carabinieri armati fino ai denti.

Sarebbe finita in un bagno di sangue se il tenente che li guidava, in seguito morto suicida, non l’avesse data vinta alla compassione che lo aveva assalito guardando i volti delle persone che aveva parate di fronte con roncole e tridenti. Si era frapposto, il tenente, tra i suoi carabinieri e quella gente dal volto segnato dalla sofferenza, abituata solo alla terra che lavorava di giorno e alle baracche nere in cui riposava la notte. Così l’“assedio” era finito e loro avevano continuato a non pagare le tasse per anni, visto che non avevano alcun servizio pubblico, né per i vivi né per i morti.

Lo vide con i suoi occhi Pier Paolo Pasolini quando, nel suo viaggio in Calabria del 1960, un anno dopo le polemiche sollevate dal reportage “La lunga strada di sabbia”, si fece accompagnare ad Ariola dal regista vibonese Andrea Frezza. La gente del luogo ancora tramanda il ricordo dell’intellettuale che si trovò ad assistere proprio a un funerale: la bara, trasportata a spalla verso il cimitero di un paese vicino (Arena), finì per cadere nel fiume che quelle persone dovevano attraversare ogni giorno per andare e tornare dai campi e pure per seppellire i morti.

Lo sguardo di Pasolini non rimase impassibile davanti a chi viveva immerso nel fango e nella miseria, così dopo essere andato via l’intellettuale mandò i soldi – cinquantamila lire – per costruire un ponticello di legno: oggi è una strada carrabile e da ieri porta il suo nome.
A volere la targa in suo ricordo, nell’anno del centenario della nascita, il sindaco Vitaliano Papillo, che l’ha scoperta assieme ai bambini delle scuole elementari, mentre nella sala consiliare di Gerocarne è stata inaugurata la mostra “Pasolini - La Calabria e il cinema, itinerari emotivi” curata da Eugenio Attanasio e Antonio Renda.

La storia del ponte la tirò fuori Sharo Gambino, compianto narratore delle Serre che ne scrisse in un reportage per “I Quaderni calabresi” del 1968, in un articolo uscito lo stesso anno su “il Gazzettino del Jonio” e in un ricordo pubblicato da “Calabria Oggi” pochi giorni dopo l’assassinio del regista, il 13 novembre 1975. Le cronache sono custodite nell’archivio comunale di Serra San Bruno – in cui sono confluiti gli articoli donati dalla famiglia Gambino e il fondo librario del fondatore de “I Quaderni”, Francesco Tassone – e restituiscono una pagina di storia e di ribellione che sembrava ingoiata dal tempo. Gambino racconta di essere arrivato ad Ariola 8 anni dopo la visita di Pasolini perché, quella volta, i contadini del posto avevano raccolto e impacchettato le loro tessere elettorali inviandole all’allora ministro Giacomo Mancini.

Un’altra protesta, insomma, che confermava non solo le condizioni in cui quella gente viveva ma anche la caparbietà con cui ancora provava a farsi sentire. A Gambino, che poi li definì «i Marcusiani dell’Ariola», i contadini dissero: «Che siamo, schiavi? Quando c’era la guerra si sono ricordati di noi. Tre sono morti. Morti per cosa? Perché si facesse a Catanzaro il ponte più alto di Europa e a noi, invece, calci nel sedere? Qua l’unica somma che è arrivata – rivelarono – sono state le cinquantamila lire che ci mandò quello scrittore… come si chiama? Pasolini, sì Pasolini… dopo che venne e vide in che modo viviamo». Delle loro rivolte, e di quel gesto di umana solidarietà, oggi, almeno, resta una traccia di memoria.

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