Mercoledì, 01 Febbraio 2023
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Catanzaro, l'accolito Paolo Calabretta è stato ordinato diacono

Oggi 11 dicembre, domenica “gaudete”, l'Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace ha un motivo in più per vivere la gioia di questa terza domenica d’Avvento. Nella Basilica “Maria SS. Immacolata” di Catanzaro, l’accolito Paolo Calabretta,  della parrocchia “Nostra Signora di Lourdes” del capoluogo, per l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria di S.E. Mons. Claudio Maniago, Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace, è stato ordinato diacono. Ringraziamo il Signore per il dono di grazia concesso alla Diocesi e sosteniamo con la preghiera don Paolo, affinché possa svolgere il suo servizio secondo il cuore di Dio.

Il testo integrale dell’omelia tenuta dall’Arcivescovo

Troppo spesso davanti alle ingiustizie, davanti alla complessità dei problemi che affliggono la nostra vita, la nostra città, la nostra nazione e il mondo intero, ci convinciamo che non possiamo far niente; gli ostacoli sono troppo grandi e insormontabili. Ma anche davanti alle delusioni, quando non ci sentiamo compresi, siamo portati a gettare la spugna, ci diciamo che non vale la pena. Lo scoraggiamento è un tratto caratteristico del nostro tempo, ma è anche una sconfessione di Dio, vuol dire rinunciare a vedere la sua opera nella storia.

La liturgia di questa terza domenica di Avvento ci invita a guardare meglio, a guardare più in profondità, per ritrovare coraggio. C’è un sentiero che si apre nella steppa. Dio traccia una strada là dove sembra impossibile (Is 35,8). È proprio allora che riconosciamo lo stile di Dio, quando ci accorgiamo che la salvezza viene dall’impensabile, proprio da dove non ci aspettavamo: “lo zoppo salterà come un cervo” (Is 35,6). Per Israele quella via santa che si apre nell’impossibile è la via del ritorno: mentre è in esilio, il popolo non vede più la terra. Forse la sogna, c’è un desiderio, un pensiero nostalgico da scacciare perché fa male. E invece siamo invitati a non perdere mai la speranza, ma a imitare l’agricoltore, che dopo la semina ha davanti a sé solo una terra brulla, senza erba (Gc 5,7). Nessun segno parla di vita. Nel suo cuore l’agricoltore vede già il fiore, lo desidera, lo attende, spera. La speranza ci fa vedere quello che non c’è ancora. Per questo chi spera è già nella gioia, perché vede con lo sguardo del cuore l’opera di Dio.

In questa domenica, infatti, Gesù insiste su quest’azione: vedere. Ai discepoli del Battista che lo interrogano sulla sua identità, Gesù suggerisce di riferire quello che vedono, alla gente che lo ascolta, Gesù chiede cosa sono andati a vedere nel deserto. Molte volte, infatti, la nostra vita dipende da come guardiamo.

Molto spesso ci facciamo una nostra idea e non vediamo altro perché siamo occupati dalle nostre idee, le diamo per scontato. E molte volte sono idee non solo false, ma sono anche idee che ci deprimono, che ci avvelenano. Quando non guardiamo più la realtà, quando non vediamo più chi ci sta accanto, quando non riconosciamo più gli errori che stiamo facendo, quando non guardiamo più il modo in cui stiamo trattando gli altri, abbiamo fatto delle nostre idee i nostri idoli. Le nostre idee dominano e orientano la nostra vita, le adoriamo, soffriamo per loro, ma la realtà sta da un’altra parte e soprattutto non vediamo più quello che Dio sta operando nella nostra storia.

Persino Giovanni Battista deve uscire dalla sua idea di Dio. Giovanni, in questa pagina del Vangelo, è in prigione, ma sembra che la vera prigione, quella più pericolosa, sia un’altra: è la prigione delle idee, delle convinzioni. Se Giovanni non avesse cercato di uscire dalla prigione interiore delle sue convinzioni su Dio, non avrebbe mai incontrato il Messia. Giovanni, tra l’altro, è anche capace di farsi aiutare: trovandosi in prigione, manda altri a chiedere, cioè a vedere, a rendersi conto della realtà di Dio. Ma a volte noi siamo così superbi che non ci facciamo neanche aiutare e preferiamo rimanere chiusi nella prigione del nostro io.

Per quanto possiamo contemplare l’azione di Dio non riusciremo mai a conoscerlo fino in fondo: Dio ci trascende, ci sfugge, è sempre oltre, non può essere compreso. La gioia davanti all’opera di Dio consiste allora nel guardare, lasciandosi sorprendere, anzi lasciandosi liberare da quelle idee, che molto spesso costituiscono le sbarre della nostra prigione interiore.

Questo è lo sguardo con cui siamo invitati a vedere quanto il Signore sta compiendo nella vita di Paolo. Dobbiamo liberarci dall’idea che la sua vita, oggi segnata per sempre con il sacramento dell’Ordine, sia una vita sprecata, una vita che poteva essere destinata a fare chissà quali opere di bene magari attraverso una bella famiglia.

Vedendo quanto sta accadendo con lo sguardo di Dio, da oggi Paolo non perderà la sua dignità ma acquisterà sulla sua vita la dignità di Cristo che non venne per essere servito ma per servire (cfr. Mt 20, 28). Attesterà con tutto il suo agire di essere diventato servo di Cristo, e di essere rivestito della Sua carne di Servo; l’obbedienza, il celibato, l’impegno alla preghiera quotidiana, lungi dall’essere costrizioni o privazioni. Vedendo con lo sguardo di Dio saranno i connotati che permetteranno a tutti di riconoscere in Paolo diacono Cristo che viene per servirci.

Paolo, quindi, da oggi sei chiamato ad un particolare servizio nella Chiesa. Ogni battezzato è servo di Cristo, ma tu divieni un modello anche per gli altri. Nella preghiera di consacrazione chiederò a Dio onnipotente che l’esempio della tua “vita, generosa e casta, sia un richiamo costante al Vangelo e susciti imitatori” nel popolo santo di Dio. Questo è il primo passo del tuo servizio.

Uno degli inganni del maligno nel quale più facilmente possiamo cadere noi, chiamati ad una speciale consacrazione, è proprio quello di pensare alla nostra vita come investita da un potere di ordine che esula dal servizio. Pensiamo a noi stessi come a coloro che agendo in nome di Dio, sono potenti e, pertanto, pretendiamo rispetto, riverenza e obbedienza cieca. L’essere investiti del potere di ordine ci fa credere su un gradino più alto degli altri. E da questo pensiero su noi stessi che, si comprende bene non è santo, scaturisce un comportamento che testimonia non servizio, ma potere. E, come sempre, a questo atteggiamento si affiancano altri vizi quali la saccenza, l’arroganza, la prepotenza.

Caro Paolo, per non cadere in questa facile trappola, devi pensare a te sempre, per tutta la tua vita, come ad un servo ad immagine di Cristo che non sale un gradino, ma lo scende per lavare i piedi ai fratelli, soprattutto i più bisognosi. Nella tua preghiera devi chiedere a Dio di darti una coscienza continua di questo tuo essere diacono e ripetiti spesso con il vangelo: “Siamo servi inutili” (Lc 17, 10).

Non è certamente un caso che tu venga ordinato nella terza domenica d’avvento (domenica gaudete), perché una caratteristica specifica del tuo essere diacono dovrà essere: servire con gioia!

Papa Francesco, nella Evangelii gaudium, ci avverte: “Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene” (n. 2). E più avanti insiste: “Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua” (n. 6). È indispensabile vivere con gioia, servire con gioia, semplicemente perché noi portiamo la gioia della presenza di Gesù.

Caro Paolo, il tuo ministero diaconale deve essere vissuto con gioia. Non una gioia falsa, di facciata, ma la gioia del cuore, la gioia di chi vive costantemente alla presenza del Signore. La Chiesa ti chiederà, per mio tramite, di custodire ed alimentare lo spirito di orazione, perché è proprio la preghiera che mantiene il cuore nella gioia. Come a Maria, la Madre di Gesù, l’Immacolata, anche a te il Signore ti dirà nella preghiera quotidiana: “Rallegrati, gioisci”.

Sentirai rivolte a te le parole che Gesù ha detto ai suoi discepoli: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16, 22). Nessuno potrà toglierti la gioia della tua unione con Gesù. Coltivando e preservando questa unione, il tuo servizio diaconale sarà mezzo attraverso il quale la gioia della presenza di Gesù arriverà anche ai fratelli e alle sorelle a cui sarai mandato. Sii servo gioioso per offrire la gioia nel servizio.

Il Signore ti chiede di servirlo con gioia nella vita dei fratelli e delle sorelle, nella vita degli ultimi, nella vita degli emarginati, nella vita di chi non sente Dio e nemmeno lo desidera, nella vita di chi, deluso da testimonianze fallaci, rifiuta di aprirsi alla gioia, nella vita della Chiesa “ospedale da campo”. Per questo il servizio diaconale che chiede il Signore non si può fare in pantofole o in livrea, è un servizio da fare col grembiule e a mani nude. È un servizio che chiede pieno coinvolgimento, non tempo limitato. È il servizio del giumento del buon Samaritano che deve caricare sulla propria groppa, sulle proprie spalle, l’uomo malconcio incappato nei briganti per trasportarlo fino alla locanda della salvezza. Non perderti d’animo perché è il Signore che te lo chiede! Per questo sii coraggioso, sempre!

Ti affidiamo a Maria Immacolata, perché curi maternamente il tuo diaconato e ai nostri Santi Patroni Vitaliano e Agazio, perché ti siano d’esempio nel servire il Signore con la totalità della tua vita.

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