Sabato, 24 Ottobre 2020
stampa
Dimensione testo

Cronaca

Home Foto Cronaca 'Ndrangheta a Stefanaconi, la cosca Patania resta in carcere ma la sentenza è da rifare

'Ndrangheta a Stefanaconi, la cosca Patania resta in carcere ma la sentenza è da rifare

di

Restano in carcere i vertici della cosca Patania di Stefanaconi, ma la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro è da rifare. Le motivazioni depositate dalla Cassazione indicano la strada processuale da percorrere a garanzia della giustizia e degli imputati.

In sostanza bisogna provvedere a colmare i “vuoti” riscontrati nel verdetto emesso il 21 febbraio scorso. In quell’occasione i giudici d’Appello avevano condannato Giuseppina Iacopetta (vedova del boss Nato Patania) a 14 anni di reclusione; insieme a lei condannati pure i figli Giuseppe Patania (16 anni), Salvatore e Saverio Patania, 15 anni ciascuno; Nazzareno Patania, 12 anni, e Bruno Patania, 9 anni.

Nuovo processo pure per Caterina Caglioti (moglie di Nazzareno Patania, già condannata a 12 anni); Alessandro Bartalotta (10 anni) e Andrea Patania (9 anni) cugino dei cinque fratelli, tutti di Stefanaconi. Insieme a loro dovranno tornare dinnanzi ai giudici d’Appello pure Cristian Loielo e Francesco Lopreiato (entrambi condannati a 10 anni di reclusione). Inammissibile invece, il ricorso presentato in Cassazione da parte del collaboratore di giustizia Nicola Figliuzzi, già condannato a 4 anni e sei mesi.

A vario titolo gli imputati sono accusati di associazione mafiosa, usura, estorsione, danneggiamento, porto e detenzione di armi (anche da guerra). E proprio sul riconoscimento dell’associazione mafiosa si soffermano le motivazioni della Corte di Cassazione, tratteggiando in alcuni passaggi gli assetti e le dinamiche della cosca di Stefanaconi, partendo all’omicidio del boss Nato Patania, avvenuto il 18 settembre 2011 nella vallata del Mesima e al quale sono seguite reazioni sanguinarie che, per circa due anni, hanno tenuto il territorio sotto una cappa di terrore.

Alcune delle “falle” riscontate dalla Suprema Corte riguardano il mancato rinnovo delle prove dichiarative di alcuni collaboratori di giustizia. «Al riguarda la stessa Corte d’Appello – viene annotato nelle motivazioni dei giudici della Cassazione – ha rilevato che gli stessi collaboratori hanno carattere di decisività, avendo la stessa affermato che le dichiarazioni rese da Nicola Figliuzzi, nel corso del dibattimento d’appello, costituivano un’ulteriore conferma di elementi probatori, già di per sé soli di “assoluta concludenza” del giudizio di condanna. Ne discende che la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Catanzaro, che valuterà la necessità di rinnovare l’istruzione dibattimentale alla luce dei principi dianzi affermati».

Altre osservazioni che la Suprema corte recepisce riguardano le censure poste in essere dalla difesa dei ricorrenti e riguardanti alcune “omissioni” della sentenza di secondo grado. «La Corte d’Appello avrebbe dedicato scarne 8 righe di risposto ad una memoria di oltre 50 pagine, così ignorandone interi capitoli e limitandosi ad una ripetizione della motivazione della sentenza di primo grado, senza alcun confronto con le argomentazioni svolte dalla difesa, che avrebbero attaccato, da un lato, la credibilità dei collaboratori e, dall’altro, la coerenza logica e la completezza delle ragioni, poste a sostegno delle ritenute esistenza di una cosca, facente capo a Nato Patania, prima e all’intera famiglia, dopo».

In sostanza i giudici d’appello avrebbero «illogicamente motivato in merito alla sussistenza degli elementi costitutivi dell’associazione per delinquere di stampo mafioso. Il ragionamento della Corte d’Appello sarebbe viziato non solo perché sarebbe stato omesso ogni confronto con le considerazioni della difesa ma anche perché sarebbe connotato da frasi asservite, mai corredate di specifici fonti di prova».

Emerge, inoltre, anche quanto fatto rilevare dai ricorsi presentanti dalla difesa. «La Corte territoriale non avrebbe spiegato perché la contrapposizione violenta tra nuclei familiari potesse inquadrarsi nella finalità dell’affermazione di contesti di illiceità, onere e prestigio criminale e non avrebbe considerato che la difesa, a dispetto del ruolo riconosciuto a Fortunato Patania, aveva evidenziato che il medesimo era stato assolto dalla contestazione di associazione mafiosa».

© Riproduzione riservata

X
ACCEDI

Accedi con il tuo account Facebook

Login con

Login con Facebook