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Scott-Rinascita, scheletri e vendette negli armadi dei clan vibonesi

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Sono complessivamente tredici gli imputati che, il prossimo dieci febbraio, compariranno davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro, a sette dei quali viene contestato il reato di omicidio in concorso e aggravato dalle modalità mafiose. Sette imputati sui quali, a vario titolo,  pesano cinque delitti, compiuti nel Vibonese nel periodo compreso tra l’agosto del 1996 e febbraio 2002.

A distanza di anni, grazie anche alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, gli inquirenti – a coordinare il pool di carabinieri e tre pm (Annamaria Frustaci, Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso), il procuratore distrettuale Nicola Gratteri – sono riusciti a chiudere il cerchio su presunti mandanti ed esecutori, nonché a inquadrare i diversi  omicidi nel contesto delle dinamiche criminali che attraversavano il territorio provinciale.

Piani di morte, vittime torturate prima di essere uccise, corpi disintegrati dalle lame di trattori utilizzati per l’aratura, attentati, agguati falliti, tradimenti,  vendette e “carrette” sullo sfondo dei delitti.

Omicidio Gancitano

Uno scacchiere su cui però  trova soltanto marginalmente posto l’assassinio di Filippo Gancitano (avvenuto nel gennaio del 2002),  il quale ha pagato con la vita il  suo  essere gay nella “famiglia”  della ’ndrangheta, perché assassini sì ma omosessuali no. E tanto è bastato a decidere l’eliminazione della vittima (il quale conviveva con il compagno) da parte del clan Lo Bianco-Barba. Una incredibile  vicenda per la quale, oltre al pentito Andrea Mantella che si è autoaccusato, sono chiamati in causa Vincenzo Barba (detto il Musichiere), di  68 anni, Filippo Catania, 69 anni e Paolino Lo Bianco, di 57 anni, tutti di Vibo e tutti in carcere dallo scorso 19 dicembre. Barba, Catania e Lo Bianco, in concorso con Carmelo Lo Bianco (classe 32) e Francesco Scrugli – entrambi deceduti – avrebbero deciso l’assassinio di Gancitano (attirato in una trappola), mentre Mantella avrebbe organizzato l’azione di fuoco che sarebbe stata materialmente commessa da Scrugli. Il corpo della vittima, avvolto in alcuni sacchi di mangime, veniva poi sepolto in un luogo su cui è stata in seguito realizzata una strada.

Delitti Soriano e Lo Giudice

Spaccati sanguinari di una ’ndrangheta allo stato primordiale  escono fuori dall’armadio in cui le cosche avevano  chiuso – nell’agosto del 1996 – l’omicidio di Roberto Soriano di Pizzinni di Filandari e di Antonio Lo Giudice di Piscopio. Ben quattro collaboratori di giustizia hanno riferito in merito. A iniziare dall’ex boss emergente Andrea Mantella al quale i fatti sarebbero stati narrati proprio dai presunti mandanti, ovvero Giuseppe Antonio Accorinti (alias Scimusca), 61 anni, capobastone  di Zungri e Saverio Razionale, 59 anni, boss di San Gregorio d’Ippona, entrambi in carcere da circa un anno. Più complesso in questo caso il contesto criminale in cui il duplice delitto maturò, sul cui sfondo i pentiti pongono i piani del boss di Limbadi Giuseppe Mancuso (Peppe ’Mbrogghia) il quale all’epoca avrebbe cercato di eliminare i rivali. Secondo l’accusa e in base al narrato dei pentiti Peppe Mancuso avrebbe chiesto a Razionale di “consegnargli”  la testa di Accorinti, facendolo sparire di lupara bianca. Al rifiuto di Razionale – che in seguito avrebbe riferito il piano allo stesso Accorinti – il boss di Limbadi avrebbe mandato persone (tra le quali Roberto Soriano) a sparare a Razionale, ma il 25 settembre del 1995 l’agguato in località Brace di Briatico fallì. Ma, di fatto, a dare origine a una vendetta nelle vendetta fu il furto di un’auto a Piscopio. Auto che interessava a Lo Giudice (perché della compagna) il quale contattò Roberto Soriano nel tentativo di capire chi l’avesse rubata. Ricerche che portano i due nel territorio di Zungri. E qui Scimusca  avrebbe teso un tranello ai due, rimandadoli di qualche giorno e nel frattempo avrebbe avvisato Razionale.

Il ritorno e la fine

A distanza di due giorni Soriano e Lo Giudice ritornarono da Accorinti il quale, con una scusa, portò i due in un casolare dove ad aspettarli ci sarebbero stati Razionale e altre persone. Qui fu detto a Lo Giudice di allontanarsi perché nessuno ce l’aveva con lui, ma questi si sarebbe rifiutato – ha dichiarato Mantella dicendo di averlo appreso da Razionale nel carcere di Paola e da Accorinti in quello di Cosenza – cercando di mettere una buona parola per Soriano. Entrambi però venivano uccisi. Lo Giudice «sparato o strangolato mentre era su una sedia» – riferiva Mantella aggiungendo: «Accorinti mi disse che era morto con il sorriso sulle labbra». Il suo corpo fu poi rinvenuto carbonizzato all’interno di un’autovettura. Atroce la fine di Roberto Soriano, torturato con una tenaglia usata per tagliare le unghie alle mucche per fargli confessare chi lo avesse mandato a uccidere Razionale. Mentre lo torturavano Soriano pregava  di ucciderlo. Il suo corpo fu poi «macinato» e  distrutto con la fresa di un trattore.

L’agguato a Cracolici

Sarebbe invece legato alle dinamiche riguardanti il clan Bonavota di Sant’Onofrio l’agguato dell’8 febbraio del 2002 in contrada Muraglie di Vallelonga, costato la vita a Giovanni Furlano (morto sul colpo) e ad Alfredo Cracolici (noto come Alfredo Palermo) capobastone di Maierato, deceduto il giorno successivo a causa di un’embolia in seguito alle ferite riportate. Una imboscata  che per gli inquirenti avrebbe avuto come mandante Domenico Bonavota, mentre Antonio Ierullo, 51 anni (che per questo duplice omicidio dovrà comparire davanti alla Corte d’Assise) avrebbe fornito appoggio logistico durante le fasi di preparazione dell’agguato. In particolare avrebbe accompagnato pochi giorni prima (19 gennaio 2002) una persona di Sant’Onofrio rimasta ignota,  che sarebbe stata incaricata da Bonavota, sul luogo del duplice omicidio per pianificare nei minimi dettagli l’agguato. Azione di fuoco compiuta da più sicari con l’uso di un kalashnikov e di un fucile  cal. 12.

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