Giovedì, 21 Ottobre 2021
stampa
Dimensione testo

Cronaca

Home Video Cronaca Lamezia, sfruttavano dipendenti: sequestro da 3,5 milioni ad un noto gruppo imprenditoriale

Lamezia, sfruttavano dipendenti: sequestro da 3,5 milioni ad un noto gruppo imprenditoriale

L'azienda sfruttava i propri dipendenti corrispondendo ai dipendenti retribuzioni in modo palesemente difforme dal contratto collettivo nazionale

Nel corso della mattinata odierna, i finanzieri del comando provinciale di Catanzaro stanno dando esecuzione ad una misura cautelare personale e reale emessa dalla Dottoressa Emma Sonni, Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lamezia Terme, nei confronti di sei soggetti, appartenenti ad un medesimo contesto familiare, amministratori pro tempore di due società con sede presso l’area industriale di Lamezia Terme, esercenti l’attività di trasporto su strada.

Misura cautelare interdittiva nei confronti di sei persone

In particolare, i militari del Gruppo della Guardia di Finanza di Lamezia Terme stanno notificando l’applicazione della misura cautelare interdittiva del divieto di esercitare attività d’impresa o uffici direttivi di persone giuridiche e di imprese nei confronti di:

 

  1. F., classe ‘65, di Lamezia Terme (CZ);
  2. M., classe ‘68, di Lamezia Terme (CZ);
  3. G., classe ‘90, di Lamezia Terme (CZ);
  4. M.D., classe ‘91, di Cernusco sul Naviglio (MI);
  5. A., classe ‘96, di Lamezia Terme (CZ);
  6. M., classe ‘95, di Lamezia Terme (CZ),

nonché il decreto applicativo della misura del controllo giudiziale delle predette società.

Sequestro da 3,5 milioni

Contemporaneamente, i finanzieri stanno eseguendo anche un sequestro preventivo di circa 3,5 milioni di euro, costituente il profitto del reato.

Dipendenti sfruttati

L’operazione odierna giunge all’esito di complesse ed articolate indagini, coordinate dal Procuratore della Repubblica di Lamezia Terme, Dottor Salvatore Curcio e dal Sostituto Procuratore Dottor Giuseppe Falcone, e condotte dalle Fiamme Gialle lametine, dalle quali è emerso che gli indagati, a partire dal 2016, sottoponevano, per lo svolgimento dell’attività di impresa delle citate società, esercenti attività di trasporto, a condizioni di sfruttamento oltre una settantina di dipendenti approfittando del loro stato di bisogno, derivante anche dall’assenza di ulteriori opportunità occupazionali sul territorio. Inoltre, venivano corrisposte ai dipendenti retribuzioni in modo palesemente difforme dal contratto collettivo nazionale e, comunque, assai inferiori rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato. I compensi venivano stabiliti dai datori di lavoro in misura fissa, a prescindere dalla effettiva attività prestata dal dipendente, senza comprendere le retribuzioni a titolo di lavoro straordinario, le indennità di trasferta, le maggiorazioni previste per il lavoro prestato nei giorni festivi, tredicesima e quattordicesima mensilità. Inoltre, agli stessi lavoratori non venivano riconosciuti più di 15 giorni annui, a fronte dei 26 giorni annui previsti.

Il nodo delle buste paga

Lo sfruttamento veniva realizzato elaborando buste paga non già in base alle reali prestazioni lavorative dei dipendenti, bensì stabilendo, a monte, una retribuzione fissa mensile, per poi elaborare, a ritroso, i dati da inserirvi (tanto che ai professionisti incaricati della redazione delle buste paga veniva comunicato unicamente l’ammontare da corrispondere a titolo di retribuzione, senza avere alcuna contezza delle prestazioni svolte dai dipendenti). Infatti, sin dal momento della loro assunzione, veniva messo in chiaro dai datori di lavoro che tutti avrebbero percepito la somma fissa e predeterminata di euro 1.200,00 (quanto agli autisti possessori di patente categoria “C”) e di 1.300,00 euro (quanto agli autisti possessori della patente “C+E”), erogata a prescindere dalle effettive prestazioni svolte da ciascuno di loro (di gran lunga superiori a quelle retribuite), comprensiva sia di quota del TFR che di quota della 13ª mensilità.

Nella busta paga riportate solo quattro ore per settimana

Gli stessi lavoratori non ricevevano alcuna retribuzione per le effettive ore di lavoro straordinario prestato in quanto in busta paga erano riportate solamente quattro ore per settimana in misura fissa, comprese nell’importo pre-determinato, né retribuzioni a titolo di indennità per il lavoro svolto nelle giornate di sabato e domenica. Oltre a non godere dei giorni di ferie maturati che, tuttavia, in busta paga venivano riconosciute in base alle vigenti normative, erano costretti ad accettare le indennità di trasferta in misura inferiore rispetto a quelle previste dal CCNL.

Tali illeciti sono stati commessi nell’interesse e, comunque, a vantaggio delle società amministrate e rappresentate dagli odierni indagati e, per tale motivo, è stata contestata la responsabilità amministrativa delle due società (ai sensi del Decreto Legislativo 231/2001) nei confronti delle quali è stato disposto il controllo giudiziario, oltre al sequestro preventivo della somma complessiva di circa 3,5 milioni di euro, equivalente al profitto del reato di sfruttamento di lavoro.

Le indagini in rassegna rientrano in più ampio progetto investigativo, sviluppato dalla Procura della Repubblica di Lamezia Terme in sinergia con il Gruppo della Guardia di Finanza di Lamezia Terme, attraverso il quale si intende fronteggiare il pervasivo fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori.

La Cgil Area vasta

“Un’altra importante operazione del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Catanzaro e del Tribunale di Lamezia - che ha emesso un’ordinanza di misure cautelari interdittive nei confronti di un noto gruppo imprenditoriale lametino - dimostra, qualora ce ne fosse stato bisogno, che la pandemia non ha affatto intaccato il sistema di sfruttamento che fa leva sul bisogno profondamente radicato nel nostro territorio”. È quanto afferma il segretario generale della CGIL Area Vasta, Catanzaro-Crotone-Vibo, Enzo Scalese, che esprime apprezzamento per l’operazione della Guardia di Finanza di Lamezia, denominata “Sheffield” che ha portato alla luce una rete di sfruttamento e violazioni del contratto collettivo nazionale.

“Questi soggetti, appartenenti ad una stessa famiglia esercenti, per lo svolgimento delle attività di trasporto su strada, sottoponevano a sfruttamento oltre una settantina di dipendenti approfittando del loro stato di bisogno, derivante anche dall’assenza di ulteriori opportunità occupazionali sul territorio – afferma ancora Scalese -. Ancora una volta non possiamo che sollecitare l’intervento delle istituzioni che devono garantire il rispetto della legalità: le leggi ci sono e devono essere applicate per arrivare alla testa delle organizzazioni criminali che considerano le persone come moneta di scambio per il proprio tornaconto affaristico. Solo un’azione capillare e decisa sul territorio può davvero mettere un freno al fenomeno dello sfruttamento e del caporalato”.

© Riproduzione riservata

X
ACCEDI

Accedi con il tuo account Facebook

Login con

Login con Facebook