Martedì, 25 Settembre 2018
LAMEZIA TERME

Bancarotta, nei guai
sette imprenditori

di
argento, tricky truck, Catanzaro, Calabria, Archivio

 È stata definita in codice operazione “Tricky Truck”, l’azione giudiziaria che ha permesso alla Guardia di finanza di Lamezia Terme di eseguire 7 misure cautelari, tra cui arresti e obblighi di firma, a carico di altrettanti imprenditori lametini accusati, a vario titolo, di bancarotta fraudolenta, truffa aggravata, omesso versamento di Iva e ritenute Irpef, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e occultamento di scritture contabili. I provvedimenti riguardano gli amministratori di 8 imprese operanti nel settore dei trasporti per conto terzi di Gizzeria e Lamezia Terme. I destinatari dei provvedimenti degli arresti domiciliari sono: Luigi Barbagallo, 48 anni, Carmelino Scalise, 65 anni, entrambi di Lamezia Terme, Francesco Argento, 66 anni (ex vice sindaco di Gizzeria) e Alfredo Argento, 73 anni, tutti e due di Gizzeria. Mentre i destinatari dell’obbligo di dimora nel Comune di residenza sono Michelino Argento, 45 anni, Francesco Argento, 48 anni, e Domenico Cerra, 44 anni, tutti di Gizzeria. Le imprese coinvolte sono: la Egiro Srl, la Argento Trasporti Srl, la Miniero Trasporti Sas, i Fratelli Argento Snc, l’Argento Group Srl, la ditta individuale Cerra D, e la Trans Express Srl. I particolari dell’operazione sono stati illustrati ieri mattina nel corso di una conferenza stampa dal procuratore della Repubblica di Lamezia Terme Domenico Prestinenzi, dal comandante provinciale della Guardia di Finanza, generale di Brigata Antonio De Nisi, dal comandante del gruppo delle fiamme gialle lametine maggiore Maurizio Pellegrino e dal comandante del nucleo operativo capitano Francesco Ferragina. I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal giudice delle indagini preliminari del tribunale lametino Barbara Borelli, che ha accolto in pieno la richiesta della Procura. L'inchiesta che ha portato all'emissione delle misure è stata condotta dal sostituto procuratore Luigi Melidona. Sono stati anche sequestrati beni per un valore di sei milioni di euro, tra cui terreni, fabbricati, quote societarie e automezzi. A scoprire la complessa vicenda giudiziaria un’attività d’indagine sulla quale si è concentrata l’attenzione investigativa di una speciale squadra, composta da uomini della polizia giudiziaria e tributaria della guardia di Finanza di Lamezia, che ha permesso di scoprire, come ha spiegato il procuratore Prestinenzi, «una società costituita ad arte, con lo scopo bene evidente e previo accordo tra il suo amministratore con le altre società effettivamente esistenti, finalizzata non solo alla commissione del reato di bancarotta, ma anche di altri reati quali truffa aggravata, fatturazione di operazioni inesistenti, reati che hanno portato un grave danno all’erario». La società al centro dell’attenzione delle indagini è la “Poliservice srl”, fallita nell’ottobre del 2010. In quella data la ditta presentava una scopertura verso l’Inps di oltre 1.600.000 euro e verso l’Inail 500mila euro. Fallimento che secondo il procuratore della Repubblica sarebbe stato «programmato ed era frutto di un chiaro progetto criminoso intercorso tra gli imputati», questo perché «la società viene deliberatamente costituita con lo scopo di assumere a proprio carico tutti gli oneri assicurativi e contributi relativi al personale delle altre imprese con le quali era stato stipulato un contratto di associazione e partecipazione personale trasferito alla Poliservice, ma trasferito solo fittiziamente». Sul piano prettamente tecnico, come ha spiegato il procuratore, «i dipendenti delle società collegate, una volta licenziati, venivano assunti formalmente dalla Poliservice che non disponeva di alcun mezzo, ma continuavano a ricevere direttive dalle società originarie e in alcuni casi ricevano gli stipendi da queste». Al di là delle misure personali, il dato rilevante per il procuratore della Repubblica è «la pronuncia positiva del Gip dell’adozione della misura patrimoniale e, in particolare, il sequestro per equivalente che è stato fatto sulla base delle imposte sostanzialmente evase». Sarebbero state non versate Iva per 1.214.365 euro; ritenute Irpef per 434.562,36 euro, totale imponibile fatture false emesse/ utilizzate per 8.982.720 euro Caruso, Cinnirella, Falferi, Gelso, Creazzo, Petruzziello e Giannico Alfonso Naso REGGIO CALABRIA Il protocollo di legalità sottoscritto per la gestione degli appalti della Provincia di Reggio Calabria è illegittimo nella parte in cui prevede il controllo preliminare antimafia per l'affidamento dei lavori sotto la soglia dei 150 mila euro. Questo il succo di un'importante pronuncia del Tar di Reggio Calabria che ha accolto il ricorso di una ditta impegnata in alcuni lavori nel Comune di Bovalino e difesa dal legale Giorgio Vizzari. La ditta ha avuto ragione e ritornerà a operare ma il principio sottolineato dal Tribunale amministrativo di Reggio ha una valore che va oltre il singolo caso, si allarga ad altri Enti quali la Provincia e la Prefettura e soprattutto è destinato ad avere riflessi in tutta la regione dove i protocolli di legalità della Stazione Unica Appalatante sono molteplici. «L’indebita estensione degli accertamenti preventivi di tipo interdittivo al di sotto della soglia di valore del contratto, oltre ad essere, come si è visto, contrastante con le finalità proprie dell’istituto, comporta altresì per l’Amministrazione pubblica chiamata a contrastare la criminalità organizzata un dispendio di energie e di risorse umane che incide negativamente sulla qualità ed efficacia della stessa azione preventiva, impedendo, da un lato, di concentrare la prevenzione sulle fattispecie contrattuali di maggiore rilevanza economica (come viceversa richiede il Legislatore,) e concorrendo, dall’altro, ad abbassare gli standard qualitativi delle stesse informazioni rese dalle Forze dell’Ordine, coinvolte in un controllo generalizzato di tipo amministrativo, che diventa sostanzialmente inutile, perché qualitativamente poco accurato, in dipendenza del numero degli affari da trattare». Un ragionamento che impone adesso alcune riflessioni. Il Tar, infatti, prosegue: «Il ricorso è fondato e merita accoglimento e va conseguentemente disposto l’annullamento degli atti impugnati, cdelle clausole contrattuali e del protocollo d’intesa del 5 luglio 2011 va circoscritta alle disposizioni che prevedono l’acquisizione delle informative antimafia anche per i contratti al di sotto della soglia di euro 154.937,07». Il protocollo sottoscritto nel luglio del 2011 tra il presidente della Provincia di Reggio Giuseppe Raffa e l'ex prefetto Luigi Varratta era finalizzato alla lotta alla criminalità organizzata: se per il Prefetto il nuovo impegno tende «ad impermeabilizzare il più possibile gli appalti pubblici che spesso fanno gola all'imprenditoria sporca legata alle cosche», per il presidente della provincia Peppe Raffa « il nuovo protocollo d'intesa migliorerà le performance delle amministrazioni pubbliche locali, cui la provincia guarda con l'intenzione di migliorare l'assistenza e distribuirla in modo più omogeneo in tutto il reggino» queste le dichiarazioni nell'immediatezza della firma. Adesso quel protocollo va rivisto. 3 e totale Iva fatture false emesse/ utilizzate per 1.797.835 euro. Da qui il sequestro dei beni per “equivalente” per un valore di 6 milioni di euro, tra cui terreni, fabbricati, quote societarie ed automezzi. Si tratta di 74 fabbricati, 93 terreni, 195 mezzi, quote societarie e disponibilità finanziaria per un importo complessivo di circa 6 milioni di euro. Insomma per il procuratore era stata creata «una struttura sostanzialmente priva di contenuti e di effettive ragioni operative e imprenditoriali», cioè una struttura destinata a contenere tutte le passività relative agli onori previdenziali, assistenziali e assicurativi del personale dipendente delle imprese associanti: una struttura che ha consentito pertanto alle altre società effettivamente esistenti finalità di evasione tributaria». Tra i documenti sequestrati e rivenuti nelle sedi Argento group e Miniero Sas, manoscritti che riportavano fatture da dividere in 4 e tra questi una fattura di un notaio emessa nei confronti della Poliservice e relativa alla costituzione della società. Il comandante del Gruppo delle “fiamme gialle” lametine, il maggiore Pellegrino, nell’illustrare i particolari delle indagini ha spiegato che «sono stati sentiti molti dipendenti che hanno dichiarato che, pur essendo stati assunti formalmente dalla Poliservice, continuavano a ricevere le direttive dai responsabili delle società associate». Evidenziando inoltre che è stato provocato un danno non solo nei confronti dell’Inps e dell’Inail, ma anche ai lavoratori. Il comandante provinciale generale Antonio De Nisi ha parlato di un'attività «finalizzata sia alla tutela dei lavoratori, sia dell'intera collettività, perché emerge l'impatto diretto di questa operazione sulla vita economica di tutti i cittadini», sottolineando che l’operazione deve rappresentare «un esempio della riaffermazione della legalità in questo settore».

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