Martedì, 19 Marzo 2019
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POLIZIA

'Ndrangheta, era sfuggito al blitz: preso il presunto boss di Isola Capo Rizzuto

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Antonio Nicoscia, boss dell'omonimo clan di 'ndrangheta di Isola Capo Rizzuto

Era sfuggito al blitz dell'operazione "Tisifone" del 20 dicembre scorso. Antonio Nicoscia (41 anni), definito dagli investigatori della Polizia di Stato di Crotone e dai magistrati della Dda il boss reggente dell'omonimo clan di 'ndrangheta di Isola Capo Rizzuto, è stato rintracciato nella sua abitazione di Isola, l'altro ieri sera dagli agenti della Mobile pitagorica che gli hanno notificato il provvedimento di fermo emesso nei suoi confronti e nei confronti di altre 22 persone, considerate legate alle cosche di Isola Capo Rizzuto e non solo.

Si è così chiuso il cerchio dell’operazione Tisifone. Nicoscia era l’unico tra gli indagati dell'operazione antimafia rimasto a piede libero. La mattina di giovedì 20 non era stato trovato in casa. Da quel momento era scattata una caccia all’uomo con perquisizioni e controlli nella zona di Isola Capo Rizzuto dove gli uomini della Squadra Mobile di Crotone e del Servizio Centrale Operativo, ritenevano potesse essersi nascosto.

Una ricerca si è conclusa ieri sera con la presa in consegna del 41enne che si è in pratica consegnato alla Polizia di Stato. Una decisione dovuta anche alla pressione degli investigatori. Portato in questura a Crotone dove gli è stato notificato il provvedimento di cattura a suo carico, Antonio Nicoscia che è indagato per associazione mafiosa ed armi, è stato poi condotto presso il carcere di Catanzaro.

Il 41enne è accusato di essere parte, con un ruolo verticistico, di quell’alleanza di famiglie isolitane che comprenderebbe secondo la Dda i Manfredi e i Gentile: una federazione di famiglie che sarebbe in particolare, contrapposta alla famiglia Capicchiano nel controllo della gestione delle estorsioni e, soprattutto, del business delle slot machine. Contrapposizione che si era sempre più acuita al punto tale da portare all’elaborazione di progetti omicidiari da entrambe le parti.

Come è noto nel corso dell’indagine si sono documentati diversi riti di affiliazione che hanno coinvolto alcuni degli indagati - tra cui lo stesso Antonio Nicoscia - che avrebbero avuto lo scopo di rinforzare la famiglia Nicoscia e di rinsaldare le varie alleanze che quest’ultima aveva stretto con altre cosche del crotonese, in particolare con la cosca Megna di Papanice e le famiglie del petilino.

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