Domenica, 19 Maggio 2019
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PROCURA GENERALE

Omicidi di 'ndrangheta a Pizzo e Sant'Onofrio nel 2004, chiesta la conferma a 30 anni per Fortuna

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Francesco Fortuna

Chiesta dal procuratore generale di Catanzaro la conferma della pena nei confronti di Francesco Salvatore Fortuna, 38 anni di Sant'Onofrio, lo scorso 23 novembre condannato dal gup a 30 anni di reclusione, al termine del processo con rito abbreviato scaturito a seguito delle operazioni Conquista 1 e 2, che avevano fatto luce su due agguati compiuti nel Vibonese, nell'estate del 2004. In particolare al centro della duplice inchiesta – oltre alle intimidazioni a colpi d’arma da fuoco (nel 2004 e nel 2016), ad aziende del Gruppo Callipo – l’agguato a Raffaele Cracolici (alias Lele Palermo), capobastone di Maierato trucidato a raffiche di kalashnikov e colpi di fucile il 4 maggio del 2004 in località “Speziale” di Pizzo e quello teso a Domenico Di Leo (detto Micu i’ Catalanu) anch’egli massacrato di colpi il 12 luglio del 2004 a Sant’Onofrio.

Per quest'ultimo delitto Francesco Salvatore Fortuna viene ritenuto uno degli esecutori materiali dell’agguato. Omicidio aggravato dalle modalità mafiose, detenzione illegale e porto illegale di armi da fuoco comuni e da guerra e ricettazione (relativamente alla Fiat Uno rubata a Pizzo e utilizzata dal commando) i reati che gli vengono contestati.

A incastrare Francesco Salvatore Fortuna, a dodici anni dall'agguato, l’esame del Dna su un guanto di lattice rinvenuto nell’autovettura utilizzata dai killer ed alla cui guida quella notte c’era Andrea Mantella, l’attualmente collaboratore di giustizia che con le sue dichiarazioni ha contribuito a fare scattare l’operazione “Conquista”, anche lui armato di pistola e pronto ad entrare in azione qualora il kalashnikov di Fortuna ed il fucile a pompa di Francesco Scrugli si fossero inceppati. Le analisi eseguite su quel guanto di lattice in pratica hanno consentito di isolare un Dna che, comparato con il profilo genetico dell’imputato, hanno dato completa sovrapponibilità.

Nella notte tras l'11 e il 12 luglio del 2004 Domenico Di Leo moriva crivellato dai proiettili sparati di un kalashnikov e da un fucile a pompa caricato a pallettoni. Sul luogo del delitto i poliziotti della sezione investigazioni scientifiche repertarono all’incirca 45 bossoli, una vera e propria tempesta di piombo che non diede scampo a Di Leo che morì appena giunto in ospedale. I killer per bloccarlo lo avevano atteso nei pressi della sua abitazione in via Tre Croci di Sant’Onofrio e quando la vittima designata, che si trovava alla guida della sua Microcar, si era presentata a tiro avevano aperto il fuoco.

A contribuire a svelare i retroscena di quell’omicidio il pentito Andrea Mantella. È stato lui, infatti, a raccontare per filo e per segno ai magistrati della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro di avere portato in auto i killer nella zona dell’agguato, così come ha confermato molte rivelazioni del collaboratore di giustizia Francesco Michienzi.

Secondo quanto all'epoca ricostruito da carabinieri di Vibo e Dda di Catanzaro, a determinare l’uccisione di Domenico Di Leo sarebbero state frizioni all’interno del clan Bonavota. Ma il pretesto dell’omicidio sarebbe stato individuato in un’offesa fatta da Di Leo ad un maggiorente dei Bonavota, che aveva intrattenuto una relazione sentimentale con la cugina, da lui non condivisa. Per gli inquirenti, dunque, la vittima era «divenuta pedina scomoda per il suo clan». In particolare Di Leo sarebbe entrato in conflitto con i vertici della sua stessa cosca per alcuni interessi commerciali sulla zona di Maierato: avrebbe voluto aprire un autolavaggio proprio nella stessa aerea in cui i Bonavota avrebbero dovuto realizzare un bar. Proprio qualche giorno prima del suo omicidio, Di Leo «aveva cacciato gli operai che dovevano effettuare gli scavi per la realizzazione di un bar nella zona industriale di Maierato». Inoltre Di Leo sarebbe stato ritenuto responsabile del collocamento di un ordigno che aveva distrutto una concessionaria di autovetture “sotto protezione” della cosca. Per gli inquirenti, quindi, nei vertici della ‘ndrina sarebbe emerso il «timore che Di Leo potesse porre in essere azioni nei confronti degli stessi maggiorenti del clan, in ragione della sua caratura criminale e della “voglia” che stava maturando di imporsi nell’ambito del clan e sul territorio».

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