Domenica, 05 Aprile 2020
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INCHIESTA "JONNY"

Le contrade di Catanzaro nelle mani dei reggenti: così i clan controllavano la città

di
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Nicolino Gioffrè, reggente della cellula catanzarese

Il capoluogo diviso in contrade ognuna affidata a un reggente, così il clan Arena controllava Catanzaro e la sua vita economica e sociale. A confermarlo sono le motivazioni della sentenza con cui il gup Carmela Tedesco ha condannato 65 persone coinvolte nella maxi inchiesta “Jonny” che ha svelato le infiltrazioni della 'ndrangheta crotonese nel Centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto.

L'inchiesta prima e il processo poi hanno confermato l'esistenza di una cellula catanzarese capeggiata da Nicolino Gioffrè a cui sono stati inflitti 13 anni e 4 mesi di reclusione. Del gruppo avrebbero fatto parte Domenico Falcone, condannato a 12 anni, Luigi Miniaci condannato a 12 anni e 8 mesi di reclusione, Costantino Lionetti 10 anni e 8 mesi di carcere, Antonio Giglio 10 anni e 8 mesi e Luciano Babbino 12 anni.

Ruolo centrale nella ricostruzione delle vicende criminali nel capoluogo lo ha avuto Santino Mirarchi divenuto collaboratore di giustizia e condannato a 2 anni 9 mesi e dieci giorni di carcere. Secondo il gup il comprensorio della città di Catanzaro, a partire dalla fine del 2014 - periodo nel quale si registra l'ascesa dello stesso Mirarchi - era diviso in vari settori, ciascuno dci quali era sotto il controllo di un referente territoriale: il territorio di Germaneto era controllato da Lionetti ; il territorio corrispondente a Catanzaro Lido, era sotto il diretto controllo dello stesso Mirarchi; la zona di Catanzaro era sotto il controllo di Gioffrè e Miniaci.

«Ciascuno - scrive il gup - avrebbe potuto muoversi liberamente per il compimento delle attività illecite, e delle estorsioni in particolare, nel territorio di competenza, dovendosi però mantenere nell'ambito delle direttive impartite dai vertici della cosca per il tramite di Gioffrè , a mezzo del quale il Mirarchi aveva la possibilità di confrontarsi con gli esponenti apicali della consorteria, Rosario e Paolo Lentini, e con il quale il Mirarchi aveva contatti diretti».

La sentenza conferma quindi il ruolo di primo piano di Gioffrè. In particolare, secondo il gup, l'imputato era stato incaricato «di dirigere la cellula della consorteria, veicolando agli altri componenti del gruppo di azione catanzarese gli ordini della cosca Arena, provvedendo ad attuarne i piani in quel comprensorio, riscuotendo anche personalmente i proventi estorsivi, facendosi organizzatore (e talora esecutore) dei delitti ricompresi nel programma del sodalizio criminale, in ciò sempre agendo in stretto raccordo con Paolo Lentini nonché partecipando, all'occorrenza, ai “summit” di 'ndrangheta per la pianificazione delle azioni delittuose.

Riunioni che si sarebbero tenute a Germaneto e in cui sarebbero plasticamente emerso «il rapporto confidenziale» tra Gioffrè e Lentini. Gli affiliati, per come riscontrato grazie ad alcune intercettazioni, avrebbero avuto a disposizione per i loro incontri un immobile nei pressi del policlinico universitario. A fornirlo sarebbe stato Costantino Lionetti. Durante quei summit, secondo quanto si legge nella sentenza, «si era discusso di questioni inerenti alla ripartizione del territorio tra i diversi gruppi legati alla cosca Arena, affinché fossero chiari i confini dei territori sottoposti al controllo di ciascuno di essi».

Per il giudice la partecipazione di Lionetti all'incontro è, dunque, dimostrativa del suo pieno inserimento nella cellula catanzarese. «Egli, peraltro, era ben consapevole della caratura criminale di Paolo Lentini, atteso che non ha esitato ad accreditarsi al cospetto del "capo", riferendogli che aveva già avuto occasione di conoscerlo nel periodo di comune detenzione, e ciò dopo la incontestata presentazione che del Lionetti si era precipitato a fornire il Gioffrè, quale "uno di noi"».

C'è un'altra intercettazione poi che secondo il giudice assume un ruolo centrale nella dimostrazione della tesi accusatoria e che confermerebbe il ruolo primario di Gioffré e la suddivisione del territorio catanzarese in aree di influenza. Protagonista è Domenico Falcone all'epoca detenuto che viene intercettato mentre parla con la moglie. Alla donna chiede di portare un messaggio a “Nico” per chiedergli che gli venisse assegnata la zona di Catanzaro Lido non appena scarcerato: «Digli a Nico... digli a mio cugino che a me mi lascia alla Marina e lui resta a Marcellinara... dove ha la casa... hai capito?».

«Il contenuto del messaggio lanciato dal carcere dal Falcone - scrive il gup nelle motivazioni della sentenza - è altamente significativo del ruolo del Gioffrè. Esso riscontra il narrato del Mirachi, nella parte in cui la fonte ha fatto riferimento alla spartizione del territorio di Catanzaro in più zone, ognuna delle quali affidata ad un membro del gruppo. La zona di Catanzaro Lido, cui aspirava il Falcone, era stata in origine assegnata a Mirarchi, secondo il racconto di questi, talché, a seguito della scelta del Mirarchi di collaborare con la giustizia, si era resa vacante.

Il suddetto messaggio - aggiunge il gup Tedesco - è altrettanto significativo perché dimostra che l'assunzione di una decisione di tal genere spettava al Gioffrè, del pari la scelta di espandere il territorio d'influenza anche alla zona di Marcellinara, che sino a quel momento era territorio vergine, e tanto a riscontro della sua posizione di "referente" per la cosca isolitana».

Anche per Giglio “pesa” un'intercettazione avvenuta in carcere. In quel colloquio l'imputato raccontava la sua preoccupazione per le possibili dichiarazioni di Mirarchi divenuto collaboratore di giustizia. Gliglio in sostanza svelava di essere stato portato in compagnia di Mirarchi ad Isola dalla famiglia Arena, nonché nel vibonese a San Gregorio, per trattare con esponenti della criminalità locale.

«Temeva che potessero esserci ritorsioni qualora il Mirarchi avesse reso dichiarazioni su quegli episodi. Tanto vale - secondo il gup del Tribunale di Catanzaro - a dimostrare di per sé che le condotte illecite poste in essere dal Giglio unitamente al Mirarchi, siano state realizzate nell'ambito dei rapporti tra questi e la consorteria isolitana, e ciò vale a riscontrare la consapevolezza del Giglio di operare nello svolgimento delle condotte intimidatorie nell'interesse e per conto del sodalizio». In conclusione il giudice conferma l'attendibilità di Mirarchi, «il cui narrato ha trovato puntuale riscontro».

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