Martedì, 19 Novembre 2019
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L'APPELLO

Vertenza Abramo, la Slc Cgil a Di Maio: "Convochi un tavolo di crisi per i call center"

«Come ribadito a più riprese dalle segreterie regionali di Slc, Fistel e Uilcom e come chiesto a gran voce dalle Rsu della Abramo Costomer care, è tempo che questa vertenza valichi i confini calabresi e venga gestita al tavolo ministeriale». Lo dichiara il segretario generale della Slc Cgil, Daniele Carchidi, sottolineando che «centinaia di lavoratori impattati tra Crotone, Catanzaro, Lamezia, Cosenza, Roma e Palermo, meritano l'attenzione del governo e nella fattispecie dei ministeri competenti Lavoro e Sviluppo Economico, il cui riferimento politico è uno e risponde a Luigi Di Maio».

L’appello al vicepremier è di convocare con urgenza il tavolo di crisi, tenendo conto che «la vertenza Abramo Cc ha le stesse cause di altre vertenze già presenti sui tavoli ministeriali». «Sielte, Almaviva, Comdata, Sirti – dichiara ancora Carchidi - nomi di aziende che richiamano vertenze che hanno un chiaro anello di congiunzione: lavorare in appalto per Tim. La più grande azienda delle telecomunicazioni, con una importante partecipazione pubblica al suo interno, sta mettendo in crisi un intero settore, attuando una politica scellerata sugli appalti che sta causando pesanti ripercussioni per migliaia di lavoratori italiani».

Secondo il segretario del sindacato da Tim sarebbero state messe in campo «tariffe non in linea con il costo del lavoro stabilito dal Ministero stesso attraverso l'emanazione delle tabelle, volumi dirottati all'estero in barba a protocolli e “moral suasion” varie, elusione costante della clausola sociale attraverso affidamenti diretti di attività senza gare ad evidenza pubblica».

Tutto questo ha causato «in Calabria una emorragia di posti di lavoro con migliaia di precari espulsi dal circuito produttivo dall'autunno scorso. Con l'inizio del 2019 il perdurare di questa situazione ha comportato la sottoscrizione di accordi di accesso al fondo integrativo salariale per gestire flussi di attività impazziti non per cause fisiologiche ma per la ferma volontà di Tim di fare cassa sulla pelle dei lavoratori degli appalti».

Gli strumenti in mano alla contrattazione sono stati tutti usati, spiega ancora Carchidi, la gestione temporanea della crisi «ha finora salvaguardato l'occupazione con pesanti decurtazioni salariali per effetto degli ammortizzatori sociali ordinari, ora senza un intervento deciso e risolutivo del governo il rischio di mettere in ginocchio un intero tessuto economico della Calabria si avvicina sempre più. Il governo deve intervenire – conclude Carchidi - in modo autorevole sulle aziende committenti del comparto Telco facendo rispettare le regole e le leggi che lo stato prevedono, e richiamando a responsabilità sociale i veri artefici di questa mattanza. I miliardi si euro pagati per le frequenze 5G non possono e non devono essere pagati dai lavoratori del settore. Il governo abbia la forza e la capacità di unificare tutte le vertenze del settore e portare al tavolo i veri autori di questa situazione o non potremo non considerarlo complice del dramma sociale che ne deriverà».

La vicenda di Abramo Customer care parte circa un anno fa con il mancato di rinnovo dei primi contratti per effetto del decreto dignità. Tutti quei lavoratori che avevano superato i 36 mesi di lavoro continuativo sono rimasti a casa. Successivamente è subentrata anche la questione delle commesse Tim, diminuite drasticamente al punto da costringere Abramo a chiudere interi reparti dell’azienda. Secondo i numeri forniti dall’azienda e diffusi dalle segreteri dei sindacti, l’ulteriore taglio di volumi preannunciato da Tim comporterebbe per l’azienda Abramo Customer care un calo complessivo del fatturato di circa 20 milioni di euro e un esubero di circa 600 unità sull’attuale personale in organico. Le trattative avviate in questi mesi non hanno portato alcun risultato concreto. Giovedì i rappresentanti delle sigle sindacali Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil hanno comunicato che la vertenza Abramo Customer care è entrata in una nuova fase, più critica, con la proclamazione dello stato di agitazione in tutte le sedi calabresi dell’azienda.

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